Folisca di Miriam D’Ambrosio

Folisca di Miriam D’Ambrosio, Arkadia editore

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Recensione a cura di Gianna Ferro

Folisca è un romanzo di Miriam D’Ambrosio edito da Arkadia nel 2022.

  Questo libro mi ha travolta pagina dopo pagina e quando ho chiuso l’ultima la sensazione che ho provato è stata di rabbia e di sdegno.

   Folisca racconta una storia vera, quella di Elvira Rosa Ottorina Andrezzi, per tutti Rosetta, nata e cresciuta nel cuore di piazza Vetra nella Milano malfamata e violenta dei primi del Novecento. Ultima di nove figli, con una madre che pare facesse la prostituta, e avida di soldi, e con un padre che girava per osterie.

“[…] Io sono la nona. Dopo di me il tuo tempo di sangue è finito e la vita non ti ha più abitato, anche se lui ha continuato a cercare, ubriaco tra le tue gambe. E non lui soltanto. […] Mi dicesti: <<Hai quasi tredici anni, io ho cominciato un po’ più tardi, ma tu…tu sei già pronta. […] Il Cavaliere è un uomo gentile, sa come trattare una donna. […]”

  Il Cavaliere, un facoltoso vedovo, aveva voglia di “freschezza” e col consenso della madre la prese con sé. Rosetta si dava da fare nei mestieri di casa, si nutriva bene e si abituò anche al peso del corpo di quell’uomo gentile e premuroso.

La chiamava “Sogno mio bello”.

In quella casa conobbe Leda, un’amica del Cavaliere, che le insegnò ad apprezzare la bellezza delle piccole cose e le buone maniere.

  Un giorno il Cavaliere la sorprese a canticchiare un motivetto inventato, strimpellandolo al pianoforte, che lei era solita lucidare, e ne rimase compiaciuto. Quel momento sereno e magico fu l’inizio del suo cambiamento. Quell’uomo le diede l’opportunità di dare finalmente un senso alla sua vita.

“[…] Rosetta, fu una gioia sentirti cantare e vederti sopra un palcoscenico per la prima volta. Mi ero fidato di Gina De Chamery e avevo fatto bene; il suo e il tuo lavoro davano risultati, […] Questo mi resta della tua presenza: il soffio dell’aria che muove le tende, i vocalizzi ripetuti durante le lezioni, i tuoi occhi che mi evitano, il rumore del portone chiuso e i tuoi passi svelti che si allontanano dalla mia casa.”

  Era per Rosetta l’inizio del riscatto di una vita greve. Il canto le diede la possibilità di farsi conoscere e apprezzare per la sua voce e non per la sua faccia, per quello che era diventata e non per quello che era stata, anche se le sue origini erano sempre in agguato.

 Quello che non sarebbe mai cambiato e avrebbe custodito per sempre era l’amore per Maria e Arturo, i suoi fratelli, l’amicizia che la legava a Leda, dalla quale si era trasferita dopo aver lasciato la casa del Cavaliere, e il suo amico d’infanzia Attilio, col quale aveva abitato per un breve periodo.

  Bisogna sempre salvare la parte migliore di se stessi e custodirla.

“[…] Tra canzonette e canzonacce avevo comunque cominciato. Debuttai con Scarliga il primo giorno di primavera […] Ti aspettano al Salone Margherita di Roma per cinque serate o anche più. Sarà un debutto speciale[…] Ora mi chiamano Rosetta de Woltery e sono figlia di Musica e Canto, nata una seconda volta dentro la stessa vita[…]”

  C’è sempre chi, però, il passato te lo presenta come un conto da pagare.

  Rosetta era diventata l’ossessione di un questurino, Musti, non ricambiato, che la provocava, la scherniva ogni qualvolta la incontrava, la faceva sentire sporca, ricordandole i suoi trascorsi. Quell’uomo era diventato la sua ombra.

  Ma lei era solo presa dal canto e dall’amore per Gino, uno scrittore di commedie, incontrato al teatro San Martino, dove Rosetta si esibiva.

  Quell’amore fatto di tenerezza, di piccole gioie, di attimi di serenità, crebbe giorno dopo giorno. Si era definita una creatura della notte, con lui trovò la luce, scacciando quel buio che da sempre aveva ricoperto la sua anima.

  Gino la chiamava Folisca.

“[…] Significa “scintilla”, ed è quello che sei per me. Scintilla nascosta, brace sotto la cenere, luce improvvisa, fuoco rosso che continua a divorare il grigio della legna arsa capace di scaldare e ancora e riaccendersi. […]”

  Ma il passato è incancellabile, ogni tanto ritorna. Rosetta ripensava spesso alla sua infanzia, alla sua anaffettiva madre, si vergognava soprattutto del tempo passato col Cavaliere. Senza quel passato, però, non sarebbe la ragazza di oggi e come le diceva spesso la sua amica Leda:” Vergognarsi e nascondersi è cancellare se stessi.”

  La vita di Rosetta trascorreva tra prove a teatro, tra i preparativi del suo debutto a Genova e a Napoli e le ore spensierate con Gino.

  Quanti sogni, quanti progetti! Ma poteva mai la vita essere così magnanima?

  Una sera tornando dal teatro con un gruppo di musicisti e ballerini, si attardò con loro a chiacchierare in Largo Carrobbio. Due questurini, tra questi Musti, intimarono al gruppo di sgombrare. I giovani non si allontanarono subito e i due ritornarono coi rinforzi, prendendo a piattonate i poveri malcapitati, traendoli poi in arresto.

  Rosetta tentò di scappare. Arturo, il fratello, corse in suo aiuto, ma fu picchiato e arrestato. Musti e un suo collega la raggiunsero sfinendola a calci.

  I due assassini si premurarono di portare la giovane in ospedale e concordare una falsa dichiarazione.

  La sua vendetta di uomo ferito nell’onore era stata perpetrata.

  Era il 27 agosto del 1913.

“[…] Diciotto anni non li avevo ancora compiti; mancavano cinque giorno. Non avevo assunto veleno e mai un pensiero simile mi avrebbe sfiorata. Quel “di professione cantante”, però, era giusto, la mia fatica e il mio orgoglio erano in quella frase. Morivo cantante, era stato scritto, mi avrebbero ricordato così. Nella menzogna contenuta nella dichiarazione di morte, quella parola brillava vera e potente. […]”

  Nessuno pagò per quel delitto. Infangarono il nome di Rosetta e archiviarono subito l’inchiesta.

  Tempo dopo il direttore dell’Avanti, un certo Benito Mussolini, su insistenza di Leda, sua amica, riprese il caso e portò a galla la verità, ma come lui stesso scrisse:

“La verità agli ultimi, quasi mai, rende giustizia.”

  Folisca è un romanzo che ti avvolge e ti stravolge. Amerai i suoi personaggi e odierai le ingiustizie occultate. Rosetta ti resta dentro per la sua giovane ingenuità, le sue paure, la sua vulnerabilità, la sua smisurata voglia di cambiare la sua esistenza che ingiustamente l’aveva provata e condannata.

  Questo romanzo è un piccolo capolavoro. È la stessa Rosetta che si racconta con un linguaggio lirico, delicato e passionale, ma anche con dolorosa rassegnazione.  

“Ci hanno provato a renderti schiava e hai trasformato la tua schiavitù in sogno di libertà e bellezza. È stata spezzata la tua forza. E la memoria è importante, Rosetta, è immortalità.”

  Rosetta divenne un personaggio della mitologia popolare con una canzone che la rese immortale: la canzone della sua gente, quella della ligéra, la mala milanese.

 La storia di Rosetta è il simbolo di un’epoca in subbuglio, ma resta soprattutto il racconto di una donna brutalmente uccisa per mani di un uomo folle.

È una notte d’estate del 1913 e una ragazza che sogna di riscattare la sua vita viene aggredita violentemente da chi per mestiere dovrebbe far rispettare la legge. Diranno che quello che è successo non è mai avvenuto. Diranno che era solo una prostituta, una poco di buono, una poveretta che si è suicidata con il veleno usato da quelle come lei. A smentire la versione ufficiale è il giornalista che non ti aspetti, quando ancora credeva nella verità. È il direttore del quotidiano socialista e presto farà tremare il mondo.

Questa è la storia di Rosetta Andrezzi, personaggio realmente esistito, una giovane sciantosa, fragile e affascinante. Nei teatri italiani la conoscono come Rosetta di Woltery. Il suo nome verrà ricordato per sempre nelle canzoni della mala milanese, la leggendaria ligéra. Sullo sfondo di una Milano immersa nella Belle Époque, nella magia dei cafè chantant e della vivacità artistica di giovani letterati che si tuffano nella modernità, con l’apocalisse della Grande Guerra alle porte e le contraddizioni di una democrazia immatura, la storia di Rosetta, del suo amore e della sua breve vita diventano il simbolo di un periodo travagliato e ricco di fermenti.

Miriam D’Ambrosio

È nata a Sora, ha vissuto a Napoli, Pescara, Roma (con un piede in Ciociaria) e attualmente risiede a Treviglio, dove insegna Italiano e Storia in un Centro di Formazione Professionale. Laureata in Lettere, per anni ha collaborato con alcune testate nazionali, scrivendo soprattutto recensioni teatrali. Questo è il suo quarto romanzo dopo Fuori non è così (Barbera, 2014), Giuda mio padre (Luigi Pellegrini Editore, 2016), L’uomo di plastica (Epika Edizioni, 2018).

Autore: Miriam D’Ambrosio

Editore: Arkadia

Collana: Ecclypse

Anno edizione: 2022

In commercio dal: 22 luglio 2022

Pagine: 128 p., Brossura

EAN: 9788868513900

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