Intervista a Marco Lupis

Il giro del mondo con gli occhi di chi ha visto le atrocità e le guerre che affliggono e devastano ogni giorno il nostro pianeta.

Marco Lupis,  fotoreporter e corrispondente Rai, oltre che inviato speciale di testate giornalistiche del calibro di Repubblica, Corriere della Sera, Panorama, l’Espresso etc., nel suo “Il Male Inutile” racconta in maniera fluida e scorrevole avvenimenti mondiali più o meno recenti e più o meno conosciuti che egli stesso ha vissuto direttamente sul campo.

Noi gli abbiamo rivolto qualche domanda per conoscerlo meglio.

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Buongiorno Marco, Le diamo il benvenuto nel nostro Blog, dove oggi parleremo del Suo libro “Il Male Inutile”.

Buongiorno a voi e a tutti i lettori che avranno la pazienza di leggerci

Il Male Inutile …partiamo da qui… Perché la scelta di questo titolo? Quanto è inutile il male?

Il male è sempre inutile, appare persino ovvio notarlo. Qualcuno ha anche obiettato, parlando del titolo che ho deciso di dare al libro: “perché parli del male INUTILE”? Si potrebbe pensare che tu voglia sottintendere che esista invece un male UTILE?”. Non è così. La scelta del titolo nasce dal fatto che il libro parla delle guerra, delle guerre, in molte sue forme, ed io ho sempre ritenuto che il Male prodotto dalle guerre sia una forma di malvagità PARTICOLARMENTE inutile, soprattutto perché, spesso, si cerca di far passare la guerra per una guerra necessaria. Si è sentito parlare di guerre “chirurgiche”, di guerre fatte “per portare la pace”. Di conseguenza si vuol far passare il male causato da queste atrocità come un male quasi NECESSARIO, INEVITABILE, Invece io ho voluto porre l’accento, col mio libro, sul fatto che non esiste guerra utile, non esiste guerra necessaria. E il male così prodotto è sempre terribilmente, inutile, perché chi lo subisce sono sempre le popolazioni, i civili inermi. Chi come me è andato in zona di guerra, lo ha visto e testimoniato con i suoi occhi.

Perché ha sentito l’esigenza di raccogliere in questo libro le Sue esperienze di vita sul campo?

Quando si sceglie di fare il giornalista, lo si si sceglie – se è una vera passione, o forse potremmo dire “missione” a governarti –perché si vuole provare, con i propri scritti, a fare “la differenza”. La guerra è il momento in cui, per un giornalista, per un inviato, tutto diventa estremo. Ed estreme, secondo me, diventano anche l’esigenza e il dovere di farla conoscere al Mondo. E’ un dovere, al quale non ci si può sottrarre.

Per quanto alcune vicissitudini siano indelebili, quanto è stato difficile rivivere alcuni momenti?

Molto difficile. Per anni mi sono reso conto – e lo racconto negli ultimi capitoli – che il mio inconscio aveva totalmente rimosso quel che avevo visto, vissuto e testimoniato in tanti anni di lavoro “sul campo”. La mia mente, per estrema difesa, aveva eretto una barriera dietro la quale teneva nascosto tutto questo. A un certo punto, ho capito che dovevo abbattere questo muro, dovevo avere il coraggio di guardare al di là, altrimenti non avrei mai superato i traumi vissuti. E non è stato per nulla facile….

Leggendo il Suo libro, fin da subito la prima cosa che mi sono chiesta è stato “come si fa a non impazzire?!” Lo chiedo a Lei … Come si fa?

Ci si prova. A volte non si riesce oppure ci si riesce solo a metà. E in molti, molti colleghi, non ci riescono. Il tasso di suicidi tra i reporter di guerra è tra i più alti di qualsiasi categoria “professionale”.  Oppure, per resistere – e forse è persino peggio – si precipita in un cinismo assoluto. Ho visto colleghi, specie quelli della grande stampa internazionale che della guerra hanno fatto una forma di “specializzazione”, che non provavano più emozioni, più empatia per nulla. Ma anche loro, in un certo senso si erano suicidati. Erano morti dentro. A me ha aiutato il legame fortissimo con la famiglia e i miei figli. E anche la scrittura, anche la scrittura di questo libro. Si sa che esiste anche un valore terapeutico della scrittura.

Il Suo non è un lavoro semplice, si riesce a restare distaccati da quanto accade intorno?

Come ho detto, è praticamente impossibile che la testimonianza della morte, alla lunga, non uccida anche qualcosa in te. Io pensavo di esserne uscito indenne invece, come racconto nel capitolo conclusivo “La mia guerra privata”, quando ho deciso di “staccare” da tutto questo, tornando in Italia e cercando tranquillità per me e la mia famiglia, tutto mi è caduto addosso, mi ha chiesto il conto.  E torna a chiedermelo periodicamente, dovendo fare i conti con i momenti in cui l’ansia, il panico e la claustrofobia immotivati tornano a farsi vivi.  Ancora oggi.

Chi è Marco Lupis oggi?

Uno che spera di avere fatto bene il suo mestiere. E che qualche volta, col suo lavoro, può persino illudersi di averla fatta “la differenza”.

Cosa spinge, secondo la Sua esperienza, “l’essere umano” a tanta brutalità?

L’Avidità, di potere e di denaro, l’invidia, la pura e semplice cattiveria. Tutte negatività presenti in ognuno di noi. In qualcuno in misura tale da sovrastare ogni cosa. E poi, se si crede in Dio, lo hanno sempre detto e ripetuto i Papi e i teologi, bisogna credere nel suo contrario, bisogna credere nel demonio. E in qualcuno il male puro, “pure evil” si incarna. Mi è capitato purtroppo di trovarmi di fronte a qualcuna di queste “entità”, che io chiamo non-persone.

Perché i Media riportano solo parte di quanto realmente avviene?

Non è sempre vero. Il fatto è che – parlando sempre di situazioni di crisi – la disinformazione, la propaganda dei governi (vediamo oggi il fenomeno delle fake news, per esempio) sono forze molto potenti. Messe in campo Per questo è necessario che il giornalista vada sul  terreno, vada “in situ”, perché solo così può vedere ciò che veramente accade, e raccontarlo ai lettori.

Quale potrebbe essere il brano musicale più adatto a fare da sottofondo durante una presentazione del Suo libro?

Che strana (e bella) domanda! Non me l’aveva mai fatta nessuno. Sicuramente una musica che sia drammatica ma che abbia in sé anche un respiro di speranza. La colonna sonora del film “Interstellar”, per esempio. Ogni volta che la sento ( e che rivedo il film) mi commuovo.

Che tipo di messaggio si prefigge di trasmettere “Il Male Inutile”?

Che il lavoro del giornalista, se fatto bene, è il più importante che esista. Dopo quello del medico. E poi che, come ho detto, la guerra e il male che causa sono SEMPRE inutili. Non esiste nessuna possibile giustificazione.

Che consiglio darebbe a chi volesse provare a intraprendere oggi il Suo stesso lavoro?

Di non farlo! A parte gli scherzi, sono molto pessimista sul futuro del mio mestiere. Sono purtroppo convinto che il giornalismo, quello “classico”, quello dell’inviato, di quello che va sul campo a raccontare e testimoniare, stia scomparendo definitivamente. Ucciso dalla Rete, da you tube, da Instagram, da facebook….

Progetti per il futuro?

Continuare a fare il giornalista!  ( e scrivere molti altri libri naturalmente 😊In primavera uscirà, sempre per Rubbettino, il mio nuovo libro dedicato alla Cina “I Cannibali di Mao”. La mia testimonianza sui decenni passati da corrispondente in Cina e dintorni: com’era la Cina e com’è diventata. E la mia storia che si intreccia strettamente con tutto questo. E poi spero successivamente un libro su una incredibile storia vera che si svolge tra Italie e Corea del Nord … ma qui non anticipo nulla!

C’è qualcosa che Vuole aggiungere prima di salutarci?

Che siete bravissimi. E che ci vorrebbero molti più spazi come il vostro

La ringrazio per il tempo che ci ha dedicato e attendiamo il nuovo libro….

Sono io a ringraziare voi. Continuate così!

 

Teresa Anania

Il Male Inutile, di Marco Lupis

Pubblicato da Teresa Anania

Eccomi..... Sono Teresa Anania, e ho una passione sfrenata per i libri. Un amore iniziato ad otto anni e cresciuto nel tempo. Amo scrivere e riversare, nero su bianco, emozioni, sentimenti e pensieri concreti e astratti. La musica è la colonna sonora della mia vita. Ogni libro lascia traccia dentro di noi e con le recensioni, oltre a fornire informazioni "tecniche", si tenta di proiettare su chi le leggerà, le sensazioni e le emozioni suscitate. Beh..... ci provo! Spero di riuscire a farvi innamorare non solo dei libri ma della cultura in senso lato.

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