La tregua di Primo Levi

Se avete amato “se questo è un uomo” dovete assolutamente leggere il seguito, perché anche nelle avversità ci può essere una tregua e una rinascita a una nuova vita.

Raramente è capitato di imbattermi in un libro come questo, così avvincente e così facile da leggere, solo 240 pagine, nonostante l’intensità e la complessità del tema trattato.
La tregua è il naturale seguito di Se questo è un uomo, racconto autobiografico in cui Levi narra della devastante esperienza della reclusione nel lager di Auschwitz, scritto nell’immediato, poco dopo il suo ritorno nella casa Natale di Torino e che già lo aveva segnalato alla critica e in particolare a Italo Calvino che giunse a riconoscere in alcune pagine “una vera potenza narrativa”.
Se questo è un uomo termina con l’arrivo delle truppe sovietiche nel campo di concentramento, là dove inizia La tregua, una descrizione, pure autobiografica, del lungo e tortuoso viaggio di ritorno, quasi un pellegrinaggio durato diversi mesi, attraverso un’Europa distrutta dalla guerra, devastata dalla furia inconsulta degli uomini, una piccola Odissea in cui il nostro novello Ulisse, cioè l’autore, reimpara a vivere.
L’esperienza del lager lo aveva ucciso dentro, con un annichilimento totale in cui il corpo pareva esistere disgiunto da una vera volontà, cancellata, sradicata, una sorta di vita vegetativa in cui nonostante tutto lui cercava di scampare alla morte, a differenza di altri che quasi ormai la cercavano.
Questo viaggio, determinato dal caso, dall’inevitabile disorganizzazione degli ultimi giorni di guerra e dei successivi primi di pace, diventa provvidenziale per il protagonista.
Una volta ripristinate le forze fisiche, c’è il tempo per ammortizzare quel lacerante dolore interiore, forte, insopportabile nei primi giorni di libertà, e che con il passare del tempo cala d’intensità, pur senza mai sparire del tutto.
Il viaggio è quello di un’umanità violata, di poveri esseri frastornati dall’analoga esperienza e perciò fratelli loro malgrado.
Sono tanti i personaggi, vari e finemente descritti, per cui è anche possibile considerare La tregua un romanzo corale, in cui ognuno porta i segni della sua sventura e il contributo per la rinascita. Talune vicende raccontate possono sembrare assurde, ma sono il frutto di una certa incoscienza più che giustificabile in individui che cercano di riappropriarsi dell’esistenza, e come tutti i rinati hanno anche il candore dei bambini, la loro simpatia, le loro bizze.
Questi compagni di odissea sono gli abitanti dei paesi attraversati, i soldati dell’Armata Rossa, ma soprattutto alcuni che sono rimasti indelebili nel ricordo dell’autore: il greco Nahum e il romano Cesare, maestri nell’arte di arrangiarsi, Hurbineck, il bambino nato ad Auschwitz “che non aveva mai visto un albero”, il Moro di Venezia, gran bestemmiatore che sembra uscito dall’Apocalisse, e tanti altri, che appaiono e scompaiono nel volgere di poche righe, lasciando però il segno chiaro, marcato della loro personalità.
La coralità si trova anche nelle pagine in cui si parla del rimpatrio, a guerra finita, dei soldati vincitori dell’Armata Rossa, una moltitudine eterogenea che pare uscita dal tendone di un circo equestre, tanti pagliacci senza ciliegia sul naso, in preda a un’euforica gioia, con una incredibile e contagiosa vitalità.
Lungo questo viaggio si incontra di tutto, come binari interrotti, campi di smistamento più o meno organizzati, panorami costituiti da piatte pianure, a tratti interrotte da vere e proprie foreste, e Levi ce ne parla, descrive, ricrea atmosfere, si abbandona, una volta lenita buona parte della sofferenza derivante dall’esperienza del lager, a un sentimento che è proprio di ogni essere umano e che fu anche di Ulisse: la nostalgia. Ritorna il ricordo della propria casa, dei familiari, cresce, prepotente, il desiderio di essere con loro: la tregua è finita, si è ormai tornati alla vita.
Il libro, scritto fra il 1961 e il 1962, beneficia indubbiamente di un lungo periodo in cui l’autore ha potuto essere finalmente fuori dall’incubo del lager e infatti la narrazione ha dei notevoli benefici, non è ansiosa, né, soprattutto, angosciante, pur se la memoria della prigionia non viene mai meno. Questo consente di stemperare i toni, di arrivare in alcune pagine a vertici sublimi, cosa che il lettore non potrà che apprezzare, con un solo dispiacere, quello di arrivare troppo velocemente alla fine.
La tregua è un libro bellissimo, da leggere e rileggere più volte, e che sempre lascia un’intensa sensazione di serenità.
Per tale motivo vi consiglio di leggerlo sebbene siete restii all’argomento.
Buona lettura

Grace Di Mauro

Titolo : La tregua

Autore : Primo Levi

Editore . Einaudi

Collana : Einaudi scrittori tascabile

EAN : 9788806173852

Prezzo : € 10

Primo Levi

Nasce a Torino nella casa in cui abiterà per tutta la vita.
Nell’infanzia è piuttosto cagionevole di salute e dovrà essere seguito con lezioni private alla fine delle scuole elementari. Frequenterà il Ginnasio-Liceo D’Azeglio e avrà per alcuni mesi come insegnante di italiano Cesare Pavese. Particolarmente interessato alla chimica, poco alle materie umanistiche. Terminato il liceo si iscrive alla facoltà di chimica nel 1937. Emanate nel 1938 le leggi razziali, riesce a proseguire gli studi universitari e inizia a frequentare circoli antifascisti. Nel 1942 va a Milano e lavora per la Wander, fabbrica svizzera di medicinali, dove fa ricerche di nuovi medicinali per il diabete. Qui entra in contatto con militanti antifascisti e si iscrive al Partito d’Azione clandestino. Nel ’43, caduto il governo fascista è attivo come collegamento fra i partiti del futuro Cln. Dopo l’8 settembre si unisce a un gruppo partigiano operante in Val d’Aosta.  Il 13 dicembre è arrestato a Brusson con due altri compagni e viene avviato al campo di concentramento di Carpi-Fòssoli, il campo passa nel ’44 in mano dei tedeschi e Levi è mandato ad Auschwitz. Dopo la liberazione da Auschwitz rimane qualche tempo a Katowice in un campo sovietico di transito e poi inizia il suo lungo viaggio di ritorno in Italia. Nel dopoguerra lavora presso una fabbrica di vernici ad Avigliana vicino a Torino, si sposa con Lucia Morpurgo, nel 1948 nasce la figlia Lisa Lorenza e nel ’57 il figlio Renzo. Inizia a collaborare con la casa editrice Einaudi. Dopo anni di insistenze e di bocciature nel 1958 la Einaudi pubblica Se questo è un uomo (scritto nel 1947), testimonianza della prigionia nei campi di concentramento nazisti e della lotta per la sopravvivenza, non solo fisica ma anche della dignità dell’uomo. Inizia a scrivere La tregua (pubblicato nel ’63 e vincitore del Premio Campiello), in cui offre una descrizione del ritorno alla vita dopo quella atroce esperienza. Seguono le altre opere: Storie naturali (1966), Il sistema periodico (1975), La chiave a stella (1978, Premio Strega e Viareggio). Il sccesso di Primo Levi è ormai internazionale. Nel ’75 va in pensione e lascia l’attività di chimico a cui ha dedicato quasi trent’anni di vita.
Ritorna ai temi della guerra e dell’olocausto in Se non ora quando? (1982, Premio Campiello), svincolato però da riferimenti autobiografici.
Autore anche di raccolte di poesia come Osterie di Brema (1975) e Ad ora incerta (1984), di saggi come L’altrui mestiere (1985), Racconti e saggi(1986) e I sommersi e i salvati (1986). Recentemente Einaudi ripubblicato l’edizione completa delle sue opere, nel novembre 2016.
L’11 aprile 1987 muore suicida nella sua casa di Torino.

Premio Campiello 1963. “La tregua”, seguito di “Se questo è un uomo”, è considerato da molti il capolavoro di Levi: diario del viaggio verso la libertà dopo l’internamento nel Lager nazista, questo libro, più che una semplice rievocazione biografica, è uno straordinario romanzo picaresco. L’avventura movimentata e struggente tra le rovine dell’Europa liberata – da Auschwitz attraverso la Russia, la Romania, l’Ungheria, l’Austria fino a Torino – si snoda in un itinerario tortuoso, punteggiato di incontri con persone appartenenti a civiltà sconosciute, e vittime della stessa guerra. L’epopea di un’umanità ritrovata dopo il limite estremo dell’orrore e della miseria.

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