La trilogia di Nerone, Alberto Angela

La trilogia di Nerone, Alberto Angela. La trilogia è composta da tre libri editi Harper Collins italia:

L’ultimo giorno di Roma – Viaggio nella città di Roma poco prima del grande incendio.

Roma, sabato 18 luglio 64 d.C. È una calda notte estiva, la città sta per svegliarsi con le sue strade brulicanti di attività e di persone, ed è del tutto ignara di quello che accadrà dopo poche ore…

Saranno Vindex e Saturninus, due vigiles di turno quel giorno, a guidarci per le strade alla scoperta della vita quotidiana di uno dei più grandi centri abitati dell’epoca. Durante la loro ronda, il possente veterano e la giovanissima recluta svolgeranno un lavoro fondamentale per l’ordine e la sicurezza della popolazione: controllare ed eliminare le innumerevoli fonti di pericolo in una città dove il fuoco si usa per tutto e la tragedia è sempre in agguato…

Seguendoli nel loro lavoro quotidiano, scopriamo una Roma in gran parte fatta di legno, entriamo nelle botteghe colme di merci infiammabili che si affacciano sulle strade, sentiamo i rumori e gli odori che provengono da ogni parte e assistiamo a scene all’ordine del giorno in una Roma multiculturale che somiglia a quella di oggi molto più di quanto si pensi.

L’inferno su Roma – Il grande incendio che distrusse la città di Nerone

È il fuoco il protagonista indiscusso di questo libro e artefice del colossale incendio che cambia per sempre la città eterna. Nell’arco di nove lunghissimi giorniavanza per le strade, si infila in ogni vicolo, distrugge case, edifici e botteghe, ferisce e uccide moltissime persone. Tutti i vigiles della città – compresi Vindex e Saturninus, che abbiamo seguito nel primo volume della trilogia durante la loro ronda di addestramento – entrano in azione e mettono in campo ogni mezzo disponibile per arginare le fiamme ingaggiando una lotta contro il tempo e contro le fiamme che divorano la capitale.

Con un approccio multidisciplinare, Alberto Angela ha individuato ogni possibile fonte che potesse aiutarlo a spiegare e descrivere questa immensa tragedia. Con questo suo libro ci offre una ricostruzione plausibile e minuziosa, un racconto storico avvincente e davvero straordinario.

Nerone – La rinascita di Roma e il tramonto di un imperatore.

Il giorno dopo il Grande incendio, Roma offre uno spettacolo di desolazione e distruzione. Tutto è irriconoscibile: gli edifici collassati sono diventati grandi ammassi di macerie, le strade e i vicoli ora sono degli avvallamenti, mentre nell’aria aleggia un acre odore di bruciato. Molti hanno perso tutto ciò che avevano e i campi per gli sfollati diventano la loro unica casa. Tutti guardano all’imperatore per ripartire, aspettano la sua guida per andare verso il futuro. Ma lui non è né un conquistatore di terre come Cesare, né un costruttore di imperi come Augusto. Dalle ceneri di Roma, Nerone emergerà come il Joker della Storia…

Intrecciando fonti storiche, dati archeologici e studi moderni, Alberto Angela ne ricostruisce la vita e indaga i suoi diversi aspetti umani, fatti di debolezze, passioni e follie. Quella che emerge è la figura di un artista poliedrico (cantante, musicista, poeta e attore), un audace auriga, un amante appassionato, un raffinato collezionista d’arte… Ma al contempo un abile negoziatore, un cinico assassino e un feroce repressore, come dimostra la persecuzione dei cristiani incolpati di aver causato proprio il Grande incendio, il fill rouge di questa avvincente Trilogia di Nerone. Il racconto ci permetterà di capire come un singolo momento del passato abbia plasmato il nostro mondo attuale.

Se quella notte del 18 luglio del 64 d.C. non fosse caduta una lucerna accesa in un magazzino sotto le arcate del Circo Massimo, cosa ci sarebbe scritto oggi sui libri di storia? Senza la conseguente crocifissione di san Pietro, quale sarebbe stato il percorso del cristianesimo? Nella Roma odierna ci sarebbero il Colosseo e tutti i meravigliosi monumenti che ancora oggi possiamo visitare? Un’indagine meticolosa, originale e affascinante che offre una chiave di lettura nuova su Nerone, il suo impero e ciò che ci ha lasciato in eredità. All’interno del volume una preziosa illustrazione inedita realizzata da Milo Manara, che ha voluto rappresentare Nerone seguendo le parole di Alberto Angela.

La recensione

“Il fuoco è un simbolo naturale di vita e passione, sebbene sia l’unico elemento nel quale nulla possa davvero vivere.”

Susanne K. Langer

A tutti è noto quel capitolo buio della storia di Roma, che nella lontana estate del 64 d.C., la mise in ginocchio in seguito ad un incendio devastante, che nell’arco di nove giorni, sotto l’impero di Nerone, la distrusse quasi completamente, con conseguenze impressionanti.

Ma chi era Nerone? Fu davvero lui ad appiccare il fuoco nella sua amata città? Quali erano gli usi, i costumi e le tradizioni in quel periodo e a quali conseguenze portò quel drammatico evento? E ancora, se Roma non avesse vissuto quei momenti terribili, il corso della storia sarebbe stato lo stesso o, invece, sarebbe cambiato? E se supponessimo di sì, in che modo lo avrebbe fatto?

Alberto Angela, nella sua strabiliante narrazione composta da tre volumi, prova a rispondere a questi quesiti, avvalendosi anche delle testimonianze scritte da alcuni personaggi illustri del tempo, quali Giovenale, Svetonio, Marziale, Seneca (solo per citarne alcuni), integrandole con frammenti di fantasia, se pur verosimili, per completare un puzzle complesso relativo alla vita dei romani di duemila anni fa.

Ma andiamo per ordine: chi era Nerone?

“Alla nascita si chiamava Lucio Domizio Enobarbo, ma poi lo conosciamo solo come Nerone. Perché? Il professore Romolo Augusto Staccioli spiega che è un nome di origine sabina che significa “forte e valoroso” e che lui fece proprio più tardi, quando, a tredici anni, venne adottato dell’imperatore Claudio: in quel momento infatti cambiò nome, mutando quello originario in Nerone Claudio Druso Germanico. Nel 64 d. C. Nerone è in carica da dieci anni. È salito al trono a diciassette anni non ancora compiuti; quindi, per i primi anni è stato affiancato dal filosofo Seneca, dal prefetto del pretorio Afranio Burro, e dalla madre Agrippina, vera artefice della sua ascesa al potere.”

All’epoca dei fatti è sposato con Poppea, donna bella e intelligente, così descritta da Tacito:

“Non si curò mai di avere una buona fama, nonché di fare alcuna distinzione fra mariti ed amanti. Non era schiava di alcun sentimento affettuoso né suo, né di altri; dove scorgeva l’utile, là volgeva la sua libidinosa passione.”

E come vive e cosa fa l’uomo più potente dell’impero? Sicuramente in una grande e lussuosa villa, con porticati, colonnati e statue, magari che affaccia su un mare che riesce a baciare il tramonto…

Decine di persone sono sdraiate nei letti triclinari intente a mangiare, chiacchierare, ridere, mentre gli schiavi servono incessantemente cibi e bevande, attivi come api in un alveare. A colpire sono soprattutto le vesti colorate, raffinate ed eleganti delle donne. Ovunque ci sono sete, ricami in oro, acconciature elaborate (spesso parrucche). E poi un’infinità di gioielli scintillanti: orecchini con perle che ondeggiano a ogni risata, girocolli con smeraldi che brillano quando una matrona gira la testa verso un commensale, anelli con zaffiri che accompagnano una manciata di fichi presi da una coppa di cristallo, bracciali a forma di serpente che si innalzano al momento di un brindisi, collane in oro così lunghe da girare attorno alla vita, strizzando le forme e i respiri di molte donne… Questa è la corte di Nerone.”

Intanto, mentre l’imperatore si sollazza tra i suoi agi, due vigiles, Vindex e Saturninus, realmente esistiti, fanno la ronda per la città, per assicurarsi che il popolo si comporti secondo le regole e, soprattutto, che nessuna fiamma sia lasciata incustodita.

“Il fuoco è di casa, nell’Urbe: è forse l’abitante più diffuso. Si trova ovunque e non fa distinzione di ceto, età, luogo…”

Teniamo a mente che i vigiles devono la propria origine alla figura più importante della storia di Roma: Augusto. Ma chi sono costoro che devono “vigilare” sulla sicurezza della città e come si arriva a far parte di questo speciale gruppo?

“Ogni vigile ha dovuto superare la probatio, cioè un rigido esame d’ammissione che si sviluppa in tre fasi. Nella prima si verifica lo status giuridico del candidato: non deve essere uno schiavo e deve avere la “fedina penale” pulita. Poi si valuta il suo stato fisico attraverso faticose prove di forza e di resistenza. E infine si esaminano i suoi requisiti mentali ed eventuali sue competenze specifiche. Una volta superata la probatio, il vigile viene sottoposto a un duro training fisico, per certi versi simile a quello di legionari e pretoriani, durante il quale impara l’uso delle armi, la lotta corpo a corpo, e viene addestrato a lunghe marce (per le ronde) e alle tecniche di intervento. Molti di loro vengono avviati a vere e proprie specializzazioni, come quella di addetto alle pompe (siphonarius). Ma quello che si insegna è soprattutto lo spirito di gruppo: uniti si vince (…). La carriera di un vigile del fuoco romano dura mediamente tra i quindici e i venti anni, durante i quali non può sposarsi, qualsiasi relazione ed eventuali figli potranno essere riconosciuti legalmente solo al termine del servizio attivo, con il pensionamento, l’honesta missio. Durante tutto il periodo, il vigile mette da parte una cospicua porzione della paga ed eventuali doni fatti dall’imperatore versandogli nella cassa della caserma: li riscatterà al momento della pensione per vivere con la famiglia fino alla fine dei suoi giorni. Se invece muore durante il servizio, serviranno per pagargli il funerale (…). Non è facile garantire l’ordine pubblico in una città con un milione di abitanti. Anche perché siamo in una società antica, dove la violenza è di casa: basti pensare a come vengono trattati gli schiavi, a quanto potere abbia un uomo sulla donna (soprattutto in famiglia), a come i criminali vengano puniti con pene di morte atroci, a come sia “normale” massacrare o schiavizzare popoli nemici alle frontiere oppure assistere a terribili bagni di sangue ogni volta che scoppia una guerra civile. Forse anche per questo nella Roma imperiale è vietato girare armati per le vie, a meno che non lo richiedano la professione o particolari circostanze (come la scorta a una persona importante).”

E non può mancare nel tempio di Vesta, che di fatto rappresenta la storia delle origini di Roma.

“Nella Roma di Nerone, a custodia di questa fiamma sacra ci sono sei vestali, cioè sei sacerdotesse (…). Per la mentalità romana, è naturale che il calore della fiamma più importante della casa venga protetto da una figura femminile, materna. E deve essere ravvivato e tenuto acceso costantemente. Qualora dovesse spegnersi sarebbe la fine della città e della sua storia. Non è un caso che poco lontano dalla fiamma ci sia un piccolo ambiente (penus Vestae) che racchiude alcuni degli oggetti più sacri per Roma, tra i quali il Palladio, una piccola statua in legno della dea Atena (Pallas Athena), che Enea avrebbe portato con sé lasciando Troia in fiamme. Per tutti i romani, l’origine di Roma è legata a Enea, e quella statua ha la fama di proteggere la città che la custodisce, rendendola inespugnabile: chiunque, infatti, vi direbbe che Troia cadde solo quando Ulisse e Diomede, penetrati in città dentro il famoso cavallo di legno, s’impadronirono della statua di notte nel suo tempio portandola via. Quella statua, dopo varie traversie, sarebbe poi arrivata a Roma, proteggendo l’Urbe. Ecco perché è così importante. A custodire il fuoco sacro e il Palladio sono le vestali, sacerdotesse riverite persino dell’imperatore. Provengono dalle famiglie patrizie più potenti e iniziano il loro noviziato giovanissime, di solito tra i sei e i dieci anni. Due sono gli imperativi: non devono mai far spegnere il fuoco sacro di Roma, e devono rimanere vergini fino a quando il loro mandato non ha termine, dopo trent’anni. Da quel momento sono libere di lasciare i voti, nonché il “monastero” nel quale vivono, e, se lo vogliono, possono anche sposarsi. Infrangere uno di questi due obblighi porta a una morte atroce: la vestale viene sepolta viva, per morire di fame e sete in una piccola stanza scavata nel campus sceleratus, una vera area del disonore immediatamente fuori dalla Porta Collina tra il Quirinale e il Viminale (…). Sono considerate quasi delle mezze divinità, riverite ovunque vadano, e nel Colosseo siederanno in prima fila, accanto ai senatori.”

Ma come si presenta la città eterna ai tempi di Nerone? Ancora una volta, l’autore ce lo spiega in maniera egregia.

“La Roma dei Cesari non ha eguali nella Storia. È stata la più grande città dell’antichità. In questo periodo ci vivono tra 800.000 e 1.200.000 abitanti (…). Il problema di Roma è che si è sviluppata in modo caotico, spontaneo, senza razionalità, seguendo essenzialmente la morfologia del terreno (…). La fortuna di Roma è stata di essere al centro di un intenso commercio tra il Nord e il Sud, e tra il mare (distante pochi chilometri) e l’entroterra, un “hub” commerciale che poi essa stessa ha ampliato a tutto il Mediterraneo. Con un approccio, questo sì, estremamente razionale, altrimenti non sarebbe stato possibile per una città “disordinata” dare da vivere ogni giorno a un milione di persone.”

E proprio in questa città variegata e multietnica, che pullula di vita e di caos, si sviluppa un incendio senza precedenti, partito quasi certamente dal Circo Massimo e con ogni probabilità originato da fattori accidentali e non dolosi. Molti studiosi concordano su quest’ultimo punto, e se così dovesse realmente essere, allora Nerone non può essere responsabile di ciò che è accaduto…

“Si è messo in moto un effetto domino che accompagnerà la progressione delle fiamme attraverso Roma (…). Si ode un rumore secco, identico a quello di un ramo che si spezza. Subito dopo, i rami spezzati diventano mille. La facciata si sta letteralmente strappando dal Circo e si inclina verso la strada. L’effetto? Mostruoso (…). Con un boato frastornante, simile al rombo di una cascata, la fiancata del Circo si spezza e si abbatte sulle case come una zampata di un orso, lasciandosi dietro una scia di fuoco. Con incredibile potenza squarcia le facciate e penetra in profondità negli edifici, travolgendoli con una fontana di faville avvolta in una nuvola di polvere, fumo e detriti. Rimangono in piedi solo le pareti in muratura dei fornici e delle tabernae (…). Gli isolati di una delle vie più frequentate di Roma si disintegrano e crollano all’istante. Alcune case implodono, altre semplicemente si aprono come vecchie scatole, facendo precipitare le proprie facciate sulla strada e sui blocchi edilizi adiacenti. L’immensa fiancata del Circo, spezzata è ormai quasi del tutto afflosciata, si adagia come un ponte levatoio infuocato di poco più di una quindicina di metri sui resti degli edifici, consentendo a un esercito di fiamme e tizzoni di invadere le rovine, le case ancora integre e il resto della città. È iniziato l’assalto a Roma…”

È il delirio. L’impresa è decisamente ardua, e risulta immediatamente evidente che sarà complicato intervenire. A Roma le abitazioni sono troppe e troppo vicine le une alle altre, e soprattutto, c’è legno ovunque, che facilita il “contagio” a contatto con il fuoco. I vigiles si devono occupare di spegnere e arginare le fiamme, ma anche di evitare forme di sciacallaggio e di ruberie. E i decessi, ovviamente, contemplano una moltitudine di fattori. Tacito descrive così il momento più drammatico dell’incendio di Roma:

“A tutto ciò s’aggiungevano le grida lamentose delle donne atterrite e l’impaccio dei vecchi malfermi e dei bambini e coloro che cercavano di salvare sé e quelli che cercavano invece di aiutare gli altri, o trascinando i malati, o fermandosi ad aspettarli; chi s’indugiava, chi si precipitava, tutto era causa d’ingombro e d’impedimento. Avveniva spesso che qualcuno, mentre si sorvegliava le spalle, si trovava circondato dalle fiamme ai fianchi e di fronte; altri, poi, che erano fuggiti nelle vicinanze le trovavano già invase dall’incendio, e quelle località che avevano creduto immuni dal fuoco per la loro lontananza, vedevano, invece, avvolte nella medesima rovina. Alla fine, non sapendo più da quali luoghi fuggire ed in quali trovar riparo, si riversarono nelle vie e si buttarono prostrati nei campi; alcuni, per aver perduto ogni possibilità finanziaria anche per la vita di tutti i giorni, altri, invece, per la disperazione di non aver potuto salvare i loro cari, si abbandonarono inerti alla morte, pur avendo una possibilità di salvarsi.”

In questa immane tragedia che ha colpito tutta Roma e tutti i romani, l’imperatore deve correre ai ripari, per placare gli animi dei sopravvissuti, quasi tutti sfollati e molti feriti e senza più fonti di reddito, e mettere a tacere le voci che vanno a formare un coro contro di lui, incolpandolo di essere l’autore della catastrofe incendiaria. Serve un capro espiatorio, individuato ben presto in quella comunità che rappresenta lo 0,1% della popolazione: quella cristiana. Ma addentriamoci in questa tematica, rifacendoci a ciò che l’autore ci pone all’attenzione.

“La tradizione che attribuisce a Pietro (e a Paolo) la fondazione della Chiesa di Roma è un dato storicamente non dimostrabile, nonostante le varie ipotesi e teorie. La verità è che a tutt’oggi sfugge ancora (e forse sfuggirà per sempre) il nome dei primi annunciatori di Cristo nella Città Eterna. Come arrivò questa nuova religione a Roma? Verosimilmente, seguendo le rotte dei commerci da oriente, come è accaduto per molti culti e fedi che si sono radicati nell’Urbe (…). I primi cristiani di Roma non sono pagani convertiti (questo accadrà in un secondo tempo, come frutto della predicazione), ma emergono in seno alla comunità giudaica. Come ha sottolineato Romano Penna, “i primi cristiani di Roma provengono dal giudaismo, poi sicuramente anche dal paganesimo, ma è all’interno del giudaismo che si forma la fede cristiana, se non altro perché la figura del Cristo è propria del giudaismo, non della cultura greco-romana.” I rapporti tra i due gruppi, però, sono tutt’altro che sereni (…). La cosa che sorprende è che pur essendo una fede poco diffusa, senza grandi cerimonie pubbliche e luoghi di culto visibili, era comunque ben nota ai romani (…). Sarà proprio l’uccisione di molti di loro a cambiare radicalmente la storia dell’Occidente, influenzando quella dell’intero pianeta. Inoltre, perché, tanti aspetti della nostra cultura, della nostra arte, del nostro vivere quotidiano e persino della nostra geografia sono intimamente legati, nel bene o nel male, alla Chiesa (…). Se a metà del I secolo non ci fosse stata nella capitale quella piccola comunità di cristiani su cui si sono scatenate le ire opportunistiche di Nerone, non ci sarebbe la Chiesa che conosciamo e tutto oggi sarebbe molto diverso.”

A tal proposito Tacito scrive:

“Tuttavia, né per umani sforzi, né per elargizioni del principe né per cerimonie propiziatrice dei numi perdeva credito l’infamante accusa per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Perciò, per tagliar corto alle pubbliche voci, Nerone inventò i colpevoli, e sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava Cristiani e che erano invisi per le loro nefandezze (…). Per primi furono arrestati coloro che facevano aperta confessione di tale credenza, poi, su denuncia di questi, ne fu arrestata una gran moltitudine non tanto perché accusati di aver provocato l’incendio, ma perché si ritenevano accesi d’odio contro il genere umano.”

Le pene inflitte ai cristiani saranno terribili: saranno fustigati, sbranati dagli animali, arsi, crocifissi. Anche a Pietro spetterà la stessa sorte, anche se pare che lui avesse chiesto di essere messo in croce a testa in giù.

“Le feroci uccisioni di questi giorni varranno a Nerone il titolo di Anticristo. Ed è legato a lui anche il famoso numero 666, simbolo e sinonimo dell’Anticristo: pochi anni dopo, verso la fine del I secolo d. C., verrà scritta l’Apocalisse di Giovanni, il cui autore sembra fare un riferimento diretto a Nerone: “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: è infatti un numero di uomo, e il suo numero è 666″. Il calcolo si basa sulle lettere dell’alfabeto ebraico secondo una tecnica che si chiama gematria: in pratica, a ogni lettera corrisponde un numero, a secondo della sua posizione nell’alfabeto. Sommando i numeri corrispondenti alle lettere che compongono il nome di Nerone, si ottiene…666. Da qui in poi gli autori cristiani si riferiranno a lui come all’Anticristo che si sarebbe contrapposto a Gesù nella sua seconda venuta sulla terra. È il numero 666 entrerà nella Storia con il suo carico sinistro.”

Mi sono dilungata, forse eccessivamente, nel riportare innumerevoli stralci di questa splendida trilogia volta a inquadrare Nerone in modo “alternativo” a come lo abbiamo da sempre conosciuto sui libri di storia e sulle molteplici rappresentazioni cinematografiche. Alberto Angela ci presenta un uomo follemente geniale, dedito al vizio ma anche al suo popolo, cresciuto all’ombra di infiniti intrighi che probabilmente hanno contribuito a “educarlo” al concetto che per farsi strada e spazio c’è bisogno di eliminare, anche fisicamente, coloro che intralciano questa volontà. Uomo amante della musica, della poesia e dello sport, non teme di mostrarsi pubblicamente, esibendosi nelle sue performance di cui non conosceremo mai il vero valore artistico, non si è fatto scrupolo di ammazzare sua madre Agrippina, il suo fratellastro Britannico, sua moglie Ottavia. Eppure, non è stato molto diverso dagli imperatori che lo hanno preceduto, né lo sarà rispetto a quelli che lo succederanno. È stato un uomo che ha vissuto nel suo tempo, con le modalità tipiche del periodo e del contesto nei quali è cresciuto ma, nonostante ciò, a noi è giunto un’eco delle sue azioni e del suo operato, forse un po’ distorto, forse un po’ eccessivo, forse un po’ troppo infausto…

Grazie all’autore possiamo fare un notevole salto temporale e, come spettatori stupiti e diligenti, osserviamo tante altre vite, tante altre storie, tanti altri intrecci che, nel bene e nel male, hanno certamente contribuito a rendere unico e indimenticabile l’Impero Romano, grazie al quale, a distanza di tanti secoli, possiamo godere di straordinarie meraviglie architettoniche e culturali.


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Pubblicato da Fabiana Manna

Salve! Sono Fabiana Manna e adoro i libri, l’arte, la musica e i viaggi. Amo la lettura in ogni sua forma, anche se prediligo i thriller, i gialli e i romanzi a sfondo psicologico. Sono assolutamente entusiasta dell’idea della condivisione delle emozioni, delle impressioni e delle percezioni che scaturiscono dalla lettura e dalla cultura. Spero di essere una buona compagna di viaggio!

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