Tempi incerti e riflessioni notturne: su José Saramago, sulla morte e sulla vita.

“Ciascuno di voi ha una propria morte, la porta con sé in un luogo segreto sin da quando nasce, lei appartiene a te, tu appartieni a lei.”
José Saramago

Tre giorni fa ho terminato di leggere “Le intermittenze della morte” di José Saramago: un romanzo che inizialmente mi era sembrato quasi un’opera tragicomica: “Il giorno successivo non morì nessuno” recita infatti in modo surreale la prima frase dell’incipit.
In una nazione del mondo l’anno nuovo inizia con questa novità: la morte smette di fare il proprio mestiere. Ma ciò non sta a significare che la vita abbia il sopravvento: l’assenza di morte porta anzi una degenerazione sociale, morale ed economica, cronicizzando situazioni complesse come l’accudimento degli ammalati, mettendo in discussione i carismi della chiesa cattolica e provocando una complessa crisi economica.
L’eternità diventa dunque un grave problema, esattamente come lo era già la morte: l’essere umano, dopo una fase iniziale di disorientamento, non tende per niente a diventare più felice e più buono; il governo continua a brigare per tenere in piedi gli equilibri a lui favorevoli, la maphia trova il modo di lucrare anche in tale situazione e le persone comuni cercano di prendere da questo capovolgimento, con tutti gli annessi e connessi, più vantaggi possibili.

A mano a mano che procedevo nella lettura il messaggio di Saramago diventava sempre più chiaro: il vero problema non è la morte…ma la vita, ovvero ciò che gli esseri umani fanno di tale opportunità.
“A proposito, non resistiamo a rammentare che la morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo.”
Se infatti ogni uomo e ogni donna fosse in grado di comprendere quello che è chiamato a realizzare sulla terra, il mondo sarebbe, molto probabilmente, profondamente diverso: magari non ci sarebbero guerre, razzismo, violenze e tutte le altre storture della vita!
Non ci sarebbe il male perché esso deriva essenzialmente dal rifiuto del bene, inteso come “ciò che è buono in sé”, prescindendo dai bisogni e dagli interessi personali.
Quando l’uomo infatti perde di vista ciò che è “causa e fine assoluto” dell’azione umana, l’umanità perde il suo senso assoluto.
E neppure il dono dell’eternità è in grado di riportare gli esseri umani a quell’etica comportamentale che il disinnesco della “spada di Damocle” della morte implicherebbe.

E infatti “Morte” con un comunicato plateale ritorna a operare, utilizzando stavolta però il meccanismo del preavviso: una lettera viola che preannuncia la fine, consentendo al destinario di “sistemare le sue cose”, di porre in essere tutte quelle azioni necessarie per andarsene in pace.
Perché in fondo di questo si tratta: sappiamo, praticamente da quando abbiamo il dono della ragione, che moriremo, ma ci arriviamo sempre impreparati, un po’ come gli studenti che arrivano ad un esame senza aver completato la preparazione: ci sono ancora cose da fare, persone da salutare, gioie di cui godere e avremmo bisogno di tempo…di altro tempo, anche se qualche volta la vita l’abbiamo odiata e rinnegata.
E “Morte”, che Saramago ritrae come una giovane donna dotata di intelletto e cuore, decide di dare questa possibilità, un po’ di tempo ancora. Dà il tempo per morire.
Ma la vita è imprevedibile e “Morte” si imbatte in una persona, un violoncellista, che riesce a sfuggire alle sue missive al punto tale da rendersi necessario un suo intervento paradossalmente…dal vivo.
La morte, per vincere la vita, qualche volta deve infatti combattere ad armi pari, deve farsi vita, come quando si guida un’auto senza rispettare i limiti di velocità e si fa un incidente, o come quando si mette al mondo un figlio e non si sopravvive al parto.
E qualche volta accade perfino che la battaglia fra morte e vita si concluda con una sconfitta per la prima, come nel romanzo di Saramago.
Perché in realtà non esistono la vita e la morte, esiste l’esistenza umana, perfetta dall’inizio alla fine, strutturata e regolata secondo le leggi della natura.
“La più severa delle leggi della natura, quella che tanto impone la vita come la morte, che non ti ha domandato se volevi vivere, che non ti domanderà se vuoi morire.”

I perché di tali leggi sono a noi sconosciuti e rimarranno tali, credo per sempre, ma una cosa è certa: a prescindere dalla morte quello che conta è la vita e come la si realizza.
Non si vive per morire ma per vivere ed ogni azione, scelta, emozione è un parte di quel flusso che confluisce nella morte: lo stesso respiro che ci mette al mondo raccoglie il rantolo che pone fine al nostro viaggio.

Ecco perché vi ho raccontato di Saramago e del suo “Le intermittenze della morte”, che vi invito a leggere, soprattutto in questi tempi senza costrutti e privi di certezze.

“Ciascuno di noi è nel frattempo la vita, Si, nel frattempo, soltanto nel frattempo.”

Pubblicato da Rita Scarpelli

Sono Rita Scarpelli e vivo a Napoli, una città complessa ma, allo stesso tempo, quasi surreale con i suoi mille volti e le sue molteplici sfaccettature. Anche forse grazie a questa magia, da quando ero bambina ho amato la lettura e la scrittura . Nonostante gli studi in Economia e Commercio mi abbiano condotta verso altri saperi e altre esperienze professionali, il mio mondo interiore è sempre stato popolato dai personaggi e dalle storie dei libri che leggevo e ancora oggi credo fortemente che leggere sia un’esperienza meravigliosa. Parafrasando Umberto Eco, “Chi non legge avrà vissuto una sola vita, la propria, mentre chi legge avrà vissuto 5000 anni…perché la lettura è un’immortalità all’indietro”. Lo scorso anno ho vissuto l’esperienza incredibile di pubblicare il mio romanzo di esordio “ E’ PASSATO”, nato dalla sinergia dell’ amore per la scrittura con la mia seconda grande passione che è la psicologia. E poiché non c’è niente di più bello di condividere quello che ama con gli altri, eccomi qui insieme a voi!

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