Vieni tu giorno nella notte, Cinzia Leone

Vieni tu giorno nella notte, Cinzia Leone. Mondadori

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“Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime.”

Marie von Ebner-Eschenbach

Può un’esistenza concludersi definitivamente al grido di “Allahuakbar”? Sembra assurdo, un paradosso, eppure, la risposta è tragicamente affermativa.

In un giorno qualunque, un kamikaze si fa esplodere a Neve Tzedek. È un massacro: trenta feriti e cinque morti.

“Belva sconcia, la morte divora a caso per non essere divorata. Grida e rantoli, sangue e urina, corpi come sacchi vuoti, occhi senza più sguardo, labbra senza più baci e parole, respiri che non appannano più specchi. Il battito interrotto. Vite rubate alla vita in un lampo infuocato.”

La notizia si diffonde rapidamente e i familiari dei feriti e di chi non ce l’ha fatta vengono subito informati. Anche Micòl e Daniel ricevono una telefonata dal consigliere dell’ambasciata israeliana, che li informa dell’attentato e del ritrovamento dei documenti del loro unico figlio Arièl. Lo shock è inenarrabile.

“La morte impone sfide asimmetriche. Chi resta è già sconfitto. E a quei genitori rimane una battaglia impari: cancellare le percezioni o acuirle, dimenticare o ricordare, sopravvivere o vivere (…). Esistono gli orfani, esistono le vedove, ma i padri e le madri che hanno perso un figlio com’è che si chiamano?”

Daniel e Micòl, ormai separati da tempo, partono per Tel Aviv, immaginando di rivedere per l’ultima volta il loro amato figlio, di riabbracciarlo pur essendo stato privato della sua linfa vitale; non sanno ancora che Arièl era troppo vicino all’attentatore, e che la deflagrazione ha dilaniato il suo corpo, mescolando inevitabilmente i suoi resti con quelli del kamikaze. Il dolore nel dolore…

“…i volontari cominciano il loro compito pietoso: recuperare, identificare e ricomporre i corpi delle vittime raccogliendone ogni brandello come prescrive la legge ebraica (…). Nessun corpo a cui dare l’addio. Non vedrà più il suo volto. Nel dolore cieco che la invade galleggiano i ricordi. Dopo il parto, quando le hanno adagiato il bambino sul petto e lei ha contato le sue minuscole dita a una a una. Il primo tuffo dal trampolino, la schiena inarcata e poi dritta e le braccia tese a incontrare la superficie dell’acqua. E il giorno della laurea, con la corona d’alloro sui capelli rossi. Frammenti di quel figlio le è cresciuto accanto senza che immaginasse di poterlo perdere. Di quel figlio che ha perduto.”

Arièl aveva scelto di allontanarsi dall’Italia, di andare a Tel Aviv, dove abita sua nonna materna, Stella, di arruolarsi e fare carriera in un posto che amava, e nel quale, purtroppo, ha trovato la morte. Come può un genitore rassegnarsi? Come può guardare ancora avanti dopo una tragedia così insostenibile e innaturale? Dove trovare la forza? Ma il dolore che invade soprattutto Micòl, è rendersi conto che di fatto, di quell’unico figlio, conosce ben poco. Sarà Tariq ad aprire una prima porta su una voragine di inconsapevolezza di quella donna che non è riuscita a carpire i reali desideri e le vere inclinazioni di quel figlio unico e ormai perso per sempre. Già, perché tra Tariq e Arièl non c’è stato solo un semplice rapporto di amicizia: i due si amavano, profondamente e con passione. E lei, la madre, non ha mai intuito che suo figlio fosse gay…

“L’amore, imperioso e miope, blocca il respiro e scavalca muri e confini, stravolge i pensieri e progetta naufragi. Misteriosa e scostumata, la passione è un prurito che esige coraggio, insolenza e porta scompiglio. È una ferita che si rimargina solo affondando la lama. Arièl era bello e così pure Tariq. Ma quello che apriva agli occhi della gente non era quello che ciascuno vedeva nell’altro. L’amore che deforma e riduce. L’amore amplifica e indora. L’amore è un danno irreparabile. L’amore della realtà se ne infischia e se ne libera alla prima occasione come di un inutile impaccio. Così era accaduto ad Arièl e a Tariq. Senza scampo.”

Micòl non tarda a comprendere che l’unica persona che può aiutarla a conoscere quella parte di vita che ha sempre ignorato del figlio è Tariq. E la sofferenza lievita: perché non è stata capace di accorgersi dei mutamenti di Arièl? Dove e perché ha mancato? Cosa avrà pensato e come si è sentito quel figlio lontano rispetto a quella presenza a intermittenza da parte di quei genitori separati che si erano dati altre priorità? I rimorsi e i rimpianti lievitano in maniera esponenziale…

“Cosa non ha compreso della carne della sua carne? Cosa l’ha distratta? Cosa l’ha resa cieca? Cosa non potrà mai più sapere? Il mistero che lega una madre a un figlio le appare in tutta la sua forza oscura e insieme nella sua ambigua fragilità. E si sente rifiutata, negata, cancellata, finita (…). Nel passaggio da cuccioli a persone, i figli diventano rebus indecifrabili, smettono di chiedere protezione e incominciano a usare il silenzio come una spada (…). Con i figli non si fanno calcoli, i figli si perdono e si ritrovano.”

I giorni trascorrono, con una lentezza che strema, eppure Micòl sente di dover ancora rimanere. I segreti, i misteri, le incognite non riguardano solo Arièl. Deve aprire quel vaso di Pandora, e aprirsi a sua volta, con se stessa e con la vita. E con lei anche tutte le persone che hanno amato quel suo unico figlio e che gli sono stati accanto, ciascuno a modo suo.

“Le stanze del passato conservano segreti, ricordi che l’oblio non ha ancora sepolto affiorano feroci e dettagli insignificanti sepolti dal vortice delle colpevoli amnesie tornano alla luce. Il dolore del lutto scorre tetro e incandescente e trascina con sé il balenio di piccoli gesti inspiegabili, fragili come carta velina: il sorriso di Arièl, il suo modo di camminare e la sua ironia. La memoria può scavare o ferire a morte. La vita apre voragini che ciascuno riempie come può. Mentre i volontari di Zaka ricompongono i brandelli di Arièl, quelli che lo hanno amato tentano di rimettere insieme i frammenti della vita che hanno trascorso insieme a lui. Micòl con disperazione, Da il con rabbia, Stella con orgoglio e Tariq con atroce nostalgia, ognuno allinea i rimpianti. Ciascuno ha in testa il suo Arièl e ciascuno ha la tentazione di inseguirlo dove non può più raggiungerlo.”

L’amore ha infinite sfaccettature e, una delle sue declinazioni preferite, seppur apparentemente all’antitesi di questo sentimento tanto nobile e profondo, è senza dubbio la vendetta: si insinua nei cuori e nelle menti, rosicchia come un tarlo, brama giustizia nel modo che non sempre corrisponde al giusto. Ma è l’unico, verosimilmente, ad appagare gli animi dilaniati da un dolore e un orrore incommensurabili.

“L’odio e la vendetta intossicano più della paura? La paura si fa bastare la passività, mentre odio e vendetta hanno fame d’azione (…). Il mio Arièl è morto e il mandante del massacro se ne va in giro impunemente! Lui mangia, beve, dorme e fa l’amore mentre mio figlio non può più farlo… Maledetto! Sia maledetto! La deve pagare, subito, ora!”

La sequenza dei sentimenti è inarrestabile per Micòl, soprattutto perché decidendo di trattenersi in quelle magnifiche terre, si rende conto della palpabile dicotomia tra Gerusalemme, la città santa, e Tel Aviv, la città del peccato. E constata quanto per tanti ragazzi sia difficile se non impossibile, avere la possibilità di manifestare liberamente i loro sentimenti, a maggior ragione se questi sono rivolti a persone dello stesso sesso. Alcune confessioni le sembrano, giustamente, agghiaccianti…

“Mio padre mi ha costretto a tornare con lui a Gerusalemme. La mia omosessualità non poteva che essere una malattia mentale, un difetto, un’anomalia che doveva essere curata. Prima mi ha portato a forza da un medico per gli esami ormonali, poi da un celebre rabbino di cui si fida ciecamente e infine dallo psicoanalista (…). Non mi ha picchiato, ma quattro sedute alla settimana con uno psicoanalista che voleva a forza farmi ritrovare il maschio che secondo lui tengo dentro di me sono una violenza inaudita (…). Nella mia comunità è qualcosa da nascondere, curare, schiacciare, e se ti ostini nelle tue inclinazioni ti minacciano e possono diventare anche violenti. Sono legittimati a farlo, seguono il testo sacro: ‘Se un uomo giace con un uomo, come si fa con una donna, ambedue hanno commesso cosa abominevole: saranno sicuramente messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro’ dice il Levitico (…). La legge vieta i rapporti sessuali tra uomini e lo spargimento di seme, ma non vieta di essere attratti da una persona del proprio sesso. Dunque, è permesso desiderare ma non è permesso godere? Tutto ciò è assurdo, intollerante e crudele!”

L’autrice, in modo esemplare, accompagna il lettore all’interno di quel mondo che ciascuno ha dentro di se, ma che poi, in maniera perfettamente speculare, la vita riflette all’esterno, con gli eventi che a grandi linee, possono capitare a ognuno di noi: amore, odio, speranza, vendetta, verità, segreti, tenerezza, violenze, passione, abusi, sono solo alcuni degli ingredienti di cui è farcito questo splendido romanzo, incorniciato in uno scenario magico dalla storia e dalle storie complesse, dolorose e sicuramente non semplici.

Una lettura che rapisce il cuore dilania l’anima, talvolta cruda, dal finale straordinario.

Assolutamente da leggere!

In uno scenario intriso di rivalse, dove ogni pietra, ogni proiettile e ogni missile, grida vendetta per un figlio, un fratello, un padre, o un amante perduto, Cinzia Leone intreccia con ritmo incalzante i destini di personaggi indimenticabili in bilico tra le utopie e l’incanto dei corpi, tra il desiderio di appartenere a una comunità e le febbri collettive che portano alla violenza.

Un kamikaze si fa esplodere in un locale a Tel Aviv. Nella strage muore un giovane, si chiama Arièl Anav, è italiano e indossa la divisa dell’esercito israeliano. All’arrivo all’aeroporto Ben Gurion ai genitori, Micòl e Daniel, viene comunicato che per riavere il corpo del figlio dovranno attendere: lui e il terrorista suicida erano così vicini che la deflagrazione ne ha mischiato i resti. Come si chiama chi è orfano di un figlio? La parola non esiste. I figli ci crescono accanto ma di loro non conosciamo che una minima parte, il resto è mistero. Con i figli non si fanno calcoli, i figli si perdono e si ritrovano, ma Micòl il suo non può più ritrovarlo. Alla ricerca degli ultimi giorni di Arièl, la madre scopre i suoi segreti: un amore che scavalca muri e un’amicizia che può rovesciare il destino. Passioni inaspettate e fragilità misteriose, ferite che si rimarginano solo affondando la lama. Insieme a lei, con rimpianto e rabbia, con orgoglio e atroce nostalgia, anche il padre, la nonna, l’amante e l’amica affrontano il lutto. Ciascuno ha in testa il suo Arièl e ciascuno vuole inseguirlo dove non può più raggiungerlo. Tutti riusciranno a ricucire il passato e ritrovare se stessi. La morte chiama la morte, ma la vita pretende la vita e allo spartito scritto dal destino Micòl scoprirà di poter cambiare il finale. Le persone non si perdono, siamo noi che pensiamo di averle perdute.

Cinzia Leone, giornalista, scrittrice e autrice di graphic novel, collabora con il “Corriere della Sera” e “Il Foglio”. Ha pubblicato due romanzi, Liberabile e Cellophane, e cinque libri di storie a fumetti. Vive, scrive e disegna a Roma.

Autore: Cinzia Leone
Editore: Mondadori
Collana: Scrittori italiani e stranieri
Anno edizione: 2023
In commercio dal: 23 maggio 2023
Pagine: 420 p., Rilegato
EAN: 9788804771920


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Pubblicato da Fabiana Manna

Salve! Sono Fabiana Manna e adoro i libri, l’arte, la musica e i viaggi. Amo la lettura in ogni sua forma, anche se prediligo i thriller, i gialli e i romanzi a sfondo psicologico. Sono assolutamente entusiasta dell’idea della condivisione delle emozioni, delle impressioni e delle percezioni che scaturiscono dalla lettura e dalla cultura. Spero di essere una buona compagna di viaggio!

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