IL MOSTRO DI FIRENZE LA PROFONDA NATURA DEL MALE

Identikit di persona sospetta, eseguito dall’agente Giovanni Simpatia dopo il delitto di Calenzano del 22 ottobre 1981

“La difficoltà delle indagini sui serial killer è, a parte tutto il resto, che i serial killer scelgono le loro vittime in base a criteri che noi scopriamo solo dopo.”

Gianrico Carofiglio

Sette duplici omicidi avvenuti tra le colline toscane tra il 1974 e il 1985, otto, se si considera anche quello del 1968, collegato agli altri successivamente per via della stessa arma utilizzata, una Beretta calibro 22, con lo stesso tipo di proiettili, munizioni Winchester marcate con la lettera “H” sul fondello del bossolo, peraltro mai ritrovata. Le vittime prescelte sono coppie che si appartano in luoghi abbastanza isolati. Ogni omicidio avviene in notti d’estate e durante i fine settimana. L’uomo è colpito sempre per primo; poi tocca alla donna, sul cui cadavere l’assassino si accanisce in modo brutale, fino a praticare l’escissione del pube e della mammella sinistra. Agli uomini, invece, vengono inferte ferite d’arma bianca post mortem. Iniziano a farsi strada ipotesi di varia natura: riti satanici, omicidi su commissione di tipo esoterico, un gruppo di maniaci assassini, un serial killer mosso da un delirio religioso. Quello del mostro di Firenze è stato il primo caso di omicidi seriali riconosciuto in Italia la cui storia è sempre stata molto complessa e che, ancora oggi, non è stata chiarita in via definitiva. Le scene che si presentano davanti agli occhi degli investitori sono inquietanti, raccapriccianti, mostruose. Chi mai può compiere abomini del genere? La popolazione è, comprensibilmente, interdetta e scioccata, il terrore dilaga. Chi sono le vittime innocenti?

A Sagginale, una frazione di Mugello, il 14 settembre 1974 vengono uccisi Pasquale Gentilcore, di 19 anni, e Stefania Pettini, di 18. Lui è colpito tre volte, lei cinque e, ancora viva, cerca di fuggire ma, raggiunta, è accoltellata decine di volte. Nella vagina le viene inserito un tralcio di vite e le viene asportato il seno sinistro e il pube. Dalle indagini emergerà una confidenza fatta da Stefania a un’amica: ha incontrato uno sconosciuto che l’ha lasciata un po’ turbata…

Nella notte tra sabato 6 e domenica 7 giugno 1981, nei pressi di Mosciano di Scandicci vengono ritrovate altre due vittime: Carmela De Nuccio, 21 anni e Giovanni Foggi, 30 anni. L’uomo viene raggiunto da tre colpi di pistola esplosi attraverso il finestrino sinistro, mentre sono cinque quelli che colpiscono la giovane. A Carmela spetta una sorte macabra: viene tirata fuori dall’auto e trascinata fino al terrapieno rialzato su cui corre la stradina, dove le verranno tagliati i jeans e, con tre precisi fendenti, le viene asportato interamente il pube. Viene arrestato Vincenzo Spalletti, un autista di ambulanze, noto in zona per essere un voyeur. Si scoprirà ben presto che il colpevole non è lui…

Il 22 ottobre dello stesso anno, a Travalle di Calenzano, vicino Prato, vengono trucidati Stefano Baldi, 26 anni, e Susanna Cambi, 24 anni. Il modus operandi è il medesimo e l’esame balistico associa i vari omicidi.

La notte di sabato 19 giugno 1982, vengono freddati Paolo Mainardi, 22 anni, e Antonella Migliorini, 19 anni, a Baccaiano di Montespertoli. L’assassino spara contro Paolo che, rimasto solo ferito, riesce a far ripartire l’auto. Ma la manovra, certamente a causa del panico, risulta azzardata: il veicolo attraversa la strada finendo però in un fosso. L’omicida riprende a sparare. Antonella muore subito, mentre Paolo è ancora vivo. Giunto in ospedale, non ci sarà nulla da fare per lui. La sua giovane esistenza è stroncata per sempre da una mano folle assetata di sangue. È a questo punto che gli inquirenti collegano i quattro omicidi a quello del 1968, dove muoiono Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, e per il quale viene arrestato il marito di lei, Stefano Mele. Le cartucce ritrovate su tutte le scene del crimine appartengono alla stessa arma. È in questo frangente che si apre quella che sarà definita la “pista sarda”, che vede coinvolti oltre al Mele, anche Francesco Vinci, che a suo tempo era stato l’amante della Locci.

Venerdì 9 settembre 1983, a Giogoli, vengono uccisi due ragazzi tedeschi, entrambi di 24 anni: Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer. A questo punto è certo che gli assassini non possono essere né il Mele, né il Vinci. Gli inquirenti ritengono di dover indagare sulle persone vicine ai due: vengono quindi indiziati Giovanni Mele, fratello di Stefano, e Piero Mucciarini, cognato di Giovanni Mele. Saranno accusati di essere gli autori dei duplici omicidi, per poi venire definitivamente scarcerati e uscire dall’inchiesta perché non ci sono indizi validi.

Nei pressi di Vicchio, il 29 luglio 1984, cadono sotto i colpi del maniaco Pia Gilda Rontini, 18 anni, e Claudio Stefanacci, 21 anni. Anche in questa occasione, il corpo della giovane è mutilato con l’escissione del pube e del seno sinistro.

L’ultimo duplice omicidio avviene in località Scopeti, ai danni di due giovani francesi, accampati in una tenda: Jean-Michel Kraveichvili, 25 anni, e Nadine Mauriot, 36 anni. Anche in questo caso la ragazza viene barbaramente mutilata.

Gli abitanti delle zone limitrofi sono impauriti, cambiano le loro abitudini, hanno paura di poter essere le prossime prede. Viene istituita una Squadra Anti-Mostro (SAM), dedita esclusivamente alla ricerca dell’assassino delle coppiette.

Alcuni testimoni parlano di un uomo rosso di capelli, mai effettivamente individuato. Nell’agosto 1989 viene chiesto e ottenuto un profilo del serial killer da parte dell’FBI, che descrive il soggetto come un iposessuale o addirittura impotente, un assassino unico, con una certa cultura e di una determinata classe sociale. Mario Spezi, giornalista e scrittore, del killer dirà:

“Esiste un solo movente, che è quello maniacale. Questo assassino ha bisogno della presenza di un rivale e ciò può essere spiegato dal fatto che il corpo della donna è sempre trascinato lontano dall’uomo, come a volerselo riprendere. E questa è la firma dell’assassino.”

Dal 1985 il mostro non ha più colpito e la SAM lavora in silenzio fino al 4 febbraio 1992, quando Ruggero Perugini, lancia in TV un memorabile appello:

“Io non so perché, ma ho la sensazione che tu in questo momento mi stia guardando. La gente qui ti chiama mostro, maniaco, belva, ma in questi anni credo di aver imparato a conoscerti, forse anche a capirti, e so che tu sei soltanto il povero schiavo di un incubo di tanti anni fa, che ti domina. Tu sai come, quando e dove trovarmi. Io aspetterò.”

Negli anni le indagini non portano a niente di concreto, fino poi ad arrivare a Pietro Pacciani, dopo una segnalazione anonima. Pacciani è un contadino di Mercatale, abbastanza rozzo, un vero sempliciotto, colpevole però di aver colpito a morte un giovane che anni prima frequentava la sua fidanzata e di aver abusato fisicamente e psicologicamente delle sue figlie. Non solo: in seguito a una maxi perquisizione effettuata a casa sua, nel suo giardino viene ritrovata una cartuccia uguale a quella sparata dalla pistola dell’assassino delle giovani coppie, e ciò induce gli inquirenti a ritenerlo responsabile degli omicidi di Firenze. Di Pacciani il prof. Natale Fusaro, criminologo dell’università “La Sapienza”, dirà:

“La dimensione della sessualità di Pacciani è irruente, prorompente. Se Pacciani fosse stato realmente il mostro di Firenze, certamente non si sarebbe fatto mancare l’occasione di poter prima praticare degli abusi di tipo sessuale sulle vittime e poi dopo metterle a morte.”

Un altro criminologo e investigatore privato, Davide Cannella, di Pacciani dice:

“Era un personaggio molto sporco, anche dal punto di vista fisico, che lasciava impronte ovunque. Se lui avesse avuto la capacità di compiere tutti questi delitti, avrebbe lasciato di se qualsiasi cosa.”

Il primo novembre 1994, la sentenza di primo grado accusa Pacciani e lo condanna alla pena dell’ergastolo. Nel 1996 il processo d’Appello assolve l’imputato da tutte le responsabilità, ma cade sotto i riflettori giudiziari Mario Vanni, amico di merende di Pacciani. Sono quattro le persone che accusano Vanni e Pacciani: Ferdinando Pucci, 65 anni, oligofenico, cioè affetto da un ritardo mentale; Giancarlo Lotti, orfano, alcolizzato e con evidenti carenze dello sviluppo delle funzioni intellettive; Gabriella Ghiribelli, una meretrice, anche lei alcolizzata; Norberto Galli, protettore di un’altra prostituta. A fronte di ciò, in primis l’opinione pubblica non è pienamente convinta. Rispetto a questi personaggi che puntano il dito contro coloro che rappresentano gli imputati da condurre alla gogna, quanta attendibilità possono avere?

La Cassazione annulla l’assoluzione pronunciata in appello nei confronti di Pacciani, ordinando un nuovo processo, che non è ancora fissato quando il contadino viene ritrovato privo di vita nella sua casa.

L’avvocato Walter Biscotti ritiene che Pacciani era il colpevole perfetto da consegnare all’opinione pubblica.

Secondo la versione di Lotti, questi omicidi non sarebbero maniacali, ma verrebbero effettuati su commissione, voluti da un soggetto che lo steso Lotti chiama “dottore”. Ma come è possibile che insieme ai “compagni di merende”, Pacciani, Vanni e Lotti, ci fossero personaggi di un certo livello? Si tratta di un’organizzazione? Le indagini portano a ritenere che del gruppo degli eventuali mandanti facesse parte anche un noto gastroenterologo perugino, Francesco Narducci, scomparso l’8 ottobre 1985 e ritrovato morto nel lago Trasimeno. Ucciso forse? È necessario indagare ulteriormente e, pertanto, viene disposta la riesumazione del corpo del medico: pare che all’altezza del ventre sia appoggiato un panno… Ci si appella ad uno dei più grandi esperti di esoterismo italiano, Massimo Introvigne, che effettua una perizia e dichiara:

“Il panno rinvenuto sul corpo di Francesco Narducci sarebbe espressione di una ritualità arcaicizzante, con riferimenti egiziani tipica di ambienti massonici e avrebbe un significato punitivo, cioè farebbe riferimento ad una persona che è regredita, ovvero una persona che avrebbe anche tradito.”

Alfredo Brizioli, l’avvocato della famiglia Narducci, a tal proposito controbatte:

“Parlando con il padre, in attesa che arrivassero i vestiti da Perugia, riferisce che avevano adagiato Francesco su un lettino completamente nudo e, per una questione di pudore, aveva preso un piccolo asciugamano dal bagno e glielo aveva appoggiato all’altezza della pancia. Quell’asciugamano è rimasto sotto quando lo hanno vestito come se fosse stato uno slip.”

Ma allora, non ci sono prove o qualcuno ha sabotato e impedito questa indagine?

Il giornalista e scrittore Marco Gregoretti dirà:

“Si è detto di tutto. Dai rituali dell’antica massoneria egiziana per portare la fertilità dove questa mancava, a un comportamento semplicemente perverso di una classe di alta società che domina con il male.”

Piero Tony, sostituto procuratore generale nel processo di appello a Pacciani dirà:

“Qual è l’immagine della giustizia italiana dopo questa vicenda? Io credo che sia un qualcosa di terribile, qualcosa che a mio avviso dovrebbe far vergognare tanta gente.”

Nino Marazzita, avvocato di Pietro Pacciani dirà:

“Non si potrà mai sapere chi è veramente il mostro di Firenze. È stato un errore non seguire le vicende della pistola e dei proiettili Calibro 22. Quando si abbandonò quella pista, si entrò in una pista fantastica, in una pista da favola.”

Ad oggi, i familiari delle vittime e l’Italia tutta, si trova un conto con il passato non ancora saldato, una giustizia che non è stata ancora fatta…

Pubblicato da Fabiana Manna

Salve! Sono Fabiana Manna e adoro i libri, l’arte, la musica e i viaggi. Amo la lettura in ogni sua forma, anche se prediligo i thriller, i gialli e i romanzi a sfondo psicologico. Sono assolutamente entusiasta dell’idea della condivisione delle emozioni, delle impressioni e delle percezioni che scaturiscono dalla lettura e dalla cultura. Spero di essere una buona compagna di viaggio!

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