
“Apparve il corpicino del figlio squarciato da una terribile ferita sull’addome da cui uscivano organi sanguinolenti …… il figlio, con la sua morte, le aveva fatto l’ultimo regalo: la libertà.”
Il prologo, inquietante, d’impatto, ci lascia col fiato sospeso, come un filo spezzato, che pare non aver agganci con la narrazione che segue. Eppure …
E a proposito di fili, l’intero romanzo si presenta come una matassa colorata, non sempre facile da dipanare, tanto è denso di emozioni, misteri, intrighi e colpi di scena.
È la storia di una famiglia allargata e di relazioni complesse, con legami familiari che sfuggono nell’immediato e su cui bisogna riflettere per coglierne appieno la valenza.
Ogni singolo personaggio si muove sulla scena da protagonista, focalizzando l’attenzione su di sé, mentre ci svela i vincoli che lo legano al resto della famiglia.
Anche la bella Venezia assume il suo ruolo di personaggio tra gli altri: è una presenza costante, non semplice sfondo. È con noi mentre leggiamo, con le rughe, i ponti, le piazze, i musei, i campielli, le torri, con le festività che segnano il tempo e … con le sue barriere architettoniche.
“Venezia dormiva placida alla luce della luna che posava i suoi raggi d’argento sui tetti di case e palazzi, guizzava morbida nelle piccole onde dei canaletti secondari.”
Diversi e interessanti i temi ricorrenti nel romanzo:
- L’importanza dell’aspetto esteriore (bellezza/bruttezza)
- I conflitti irrisolti all’interno della famiglia
- Tradimento e perdono
- Identità e autonomia – conquiste personali
- Il razzismo velato o palese (non sono razzista, ma…)
- L’amore che non conosce barriere
Quando Alina Revegnin fa il suo rientro a Venezia, nel bel palazzo nobiliare sul Canal Grande, insieme al figlio adottivo Alaba, (figlio del suo ex marito Babatunde, lo sciamano) il rapporto tra lei e la sorella resta conflittuale. Dopo anni di lontananza il tradimento di donna Aurora pesa ancora nelle loro vite. Le due hanno bisogno di riscoprirsi, perdonarsi e riconoscere i cambiamenti avvenuti in entrambe.
Aurora è infatti diventata una donna diversa, capace di provare nuovi sentimenti, dopo la morte della figlia Loredana che ha lasciato una neonata a cui è stato dato il suo nome e che ora si ritrova come genitori Federica e Leonardo, che invece sono suoi fratelli.
Fin dall’inizio colpisce il continuo mettere in evidenza il legame profondo che lega Alina ad Alaba, e la sorprendente conoscenza della lingua italiana da parte del ragazzo, a volte anche con qualche punta ironica.
“La proprietà di linguaggio del giovane … si dava un sacco di arie, manco fosse Dante Alighieri con l’abbronzatura.”
Della donna colpisce la bruttezza, soprattutto nella percezione che gli altri hanno di lei. La “mostriciattola”, per i suoi, da piccola in famiglia e in Nigeria, la moglie “pallida, brutta ed estranea” che si occupava dei figli ereditati dalle altre madri. Il figlio Alaba, con i suoi lineamenti perfetti e un corpo atletico, finalmente le aveva consentito di rivalersi su quella natura matrigna che l’aveva tanto penalizzata.
Sorridiamo per i timori di donna Aurora, che considera “Alaba solo la punta di un iceberg, in quanto nell’Africa Nera altri quattro o più rappresentanti si stavano scaldando i muscoli per calpestare da padroni il magnifico parquet di casa Revegnin, adottati o meno che fossero.”
Osserviamo curiosi Filippo e Federica che guardano con preoccupazione il legame tra la biondissima Donatella e Alaba, “di colore ma che scurissimo non era”.
Intanto l’atmosfera si tinge di giallo, con il rapimento dell’onesta Gigliola, l’infortunio della prof Lionelli e del figlio Giacomo, in un quadro complesso di traffico di armi e di litio. Un’atmosfera che però diventa magica con il tocco del Dibia, accorso dalla Nigeria e di Alaba, che pare possedere le stesse doti del padre, anche se si rifiuta di assumerne l’eredità spirituale.
Le sorprendenti, inspiegabili guarigioni, ci guideranno verso un epilogo sempre più avvincente, in cui trovare l’altro capo del filo della storia che ci ha tenuto compagnia.
Buona lettura!
Maria Teresa Lezzi Fiorentino
DESCRIZIONE
Traffici di terre rare (litio) e di armi con l’Africa movimentano il romanzo, che comprende anche pagine più narrative, con una storia d’amore un po’ particolare. Lei bionda, bella, con gli occhi azzurrissimi, lui meticcio, bronzeo, molto attraente, con pettorali e cervello eccellenti: binomio non scontato. Oltre alla prestanza fisica infatti, Alaba parla un ottimo italiano ed è un pittore nigeriano colto e interessante. La famiglia di lei non è entusiasta della relazione, in particolare la madre, che è un concentrato di rigurgiti razzisti. Il loro rapporto nasce e si rafforza mentre conducono una lunga, difficile e pericolosa indagine sulla scomparsa di Gigliola, una coraggiosa ragazza rapita quando stava per denunciare il suo direttore corrotto.
Si tratta anche di un affresco di famiglia, contemporaneo, in una vasta casa nobiliare sul Canal Grande, in cui si vive una vita semi patriarcale (o semi matriarcale) con tre nuclei abitativi, ma frequenti occasioni di convivialità comune. Le due anziane sorelle Revegnin, dopo molti anni di separazione in cui hanno avuto vite diversissime, si riuniscono nella casa natale dove riallacciano un rapporto con venature sadomasochiste, che ricalca le modalità della loro giovinezza. Incombe su tutta la famiglia la figura dell’ex-marito della minore, padre di Alaba, uno strabordante sciamano nigeriano che, anche dall’Africa, trova il modo di avvelenare la vita di tutti i Revegnin.
Ai grandi misteri che incombono sul rapimento, si aggiunge quello che riguarda il nigeriano Alaba, che non ha mai conosciuto la sua vera madre bianca, essendo stato abbandonato in fasce.
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