Questo mare ti riporterà indietro, Dennis Blake

Questo mare ti riporterà indietro, Dennis Blake

Racconto secondo classificato alla gara di racconti nel mondo incantato dei libri.

Ho lasciato l’isola anni fa, quando ancora il mare era la prima ragione di vita e di morte per i suoi abitanti.
Quando rivelai che volevo andar via a mio nonno, lui mi disse: «Va’ pure, Daniel, ma questo mare ti riporterà indietro.»
Lo rivedo ancora, mio nonno, seduto sulle rocce davanti al faro. Su quelle rocce ho passato ore, giorni, mesi ad ascoltarlo. A imparare.
Mi ripeteva sempre che stavo facendo un errore ad allontanarmi da lì. Tuttavia, le mie aspirazioni non coincidevano con lo stile di vita che lui aveva in mente per me, o almeno così mi sembrava.
Non ho mai amato la mia cittadina natale. Approdare a Stornoway è come giungere in un posto fuori dal mondo.
Questa piccola città sull’isola di Lewis è un luogo di frontiera, di pescatori, di viaggiatori che si ritrovano infreddoliti e spaesati circondati dal mare e dalle brughiere.
A esclusione del porto e del piccolissimo centro, questa città non ha molto da offrire, ma per tutti i viaggiatori è il punto di transito obbligato per iniziare la visita alle isole Ebridi. La nostra casa sorge proprio nel cuore della città, sulla via pedonale Francis Street su cui si affacciano i pochi pub e ristoranti.
C’era tanta gente, quel venerdì pomeriggio. Ricordo ogni loro volto. Tutti gli abitanti di quel piccolo centro erano presenti, pronti a salutare due persone che tutti apprezzavano. Cercavo di focalizzarmi sulle loro espressioni sperando che questo facesse trascorrere velocemente quegli istanti interminabili.
Avevo da pochi giorni compiuto il mio 23° compleanno e i miei genitori erano morti. Almeno questa fu la versione della capitaneria locale, dopo che per giorni i loro corpi vennero cercati e non vennero mai trovati. C’era stata una forte tempesta e la piccola deriva sulla quale si stavano muovendo era finita nell’occhio del ciclone. Mia madre quel giorno aveva deciso di seguire mio padre, documentarista. Avrebbero dovuto girare delle riprese lungo la costa e lei, per la prima volta, si era lasciata convincere. Strano il destino. Nessuno dei cinque componenti dell’equipaggio è stato ritrovato. Persi nel mare, come tanti corpi e tante storie che alimentano le leggende da queste parti.
Ho vissuto con loro, fino al giorno prima, assorbendo, da perfetto figlio unico, tutte le ansie e negatività che il loro rapporto era capace di dare. In loro ho visto la paura di restare soli, di ferirmi, di distruggere la mia stabilità emotiva e affettiva o, semplicemente, quell’idea di famiglia felice, così presente nei loro sogni. Solo nei sogni, però.
Non so se fossero andati mai d’accordo veramente; forse, agli inizi credo che ci sia stata armonia ma per gli anni a seguire, per tutto il tempo in cui li ho vissuti, non c’era nient’altro che polvere di malumori, rivendicazioni stratificate e incrostate. Una dinamica perversa che li rendeva vittime e carnefici dell’altro. Qualcosa che magicamente teneva in piedi quel castello di carta. Ed io ero proprio lì, a vederli litigare continuamente, ad ascoltare la voce alzarsi di continuo per pretesti e futili motivi, a rovinare ogni momento lieto. Una situazione che a dispetto del loro professato amore stava lasciando un segno profondo dando un nome alle mie insicurezze e debolezze. Al mio futuro.
Se non ti insegnano a essere felice non potrai mai veramente esserlo.
Dal giorno del funerale sono vissuto con mio nonno, rimasto solo anche lui dopo la dipartita dell’amata moglie. Due volte al mese doveva assentarsi per alcuni giorni e per questo ero costretto a trascorrere malvolentieri quei momenti nella casa dei vicini. Avrei preferito rimanere da solo ad aspettarlo. Non avevo paura. Sapevo badare a me stesso. Ma mio nonno era più tranquillo così e pur di non appesantirlo con pensieri che mi riguardassero, tenevo per me gli stati d’animo quando varcavo la soglia di casa Asher. Forse in me albeggiava un sentimento di invidia nel vedere quei tre figli coccolati e viziati allo sfinimento. Soffrivo assaporando la devozione che i genitori riservavano a quei miei coetanei. sarebbe stupido nasconderlo: la permanenza nella loro casa acuiva il senso di smarrimento e il dolore che provavo per aver perso i miei genitori.
Il nonno partiva per raggiungere il piccolo porto di Breasclete. Da lì, infatti, salpava la nave che la Northern Lighthouse Board usava per monitorare i vari fari sparsi lungo le coste e quelli posti su minuscoli scogli affioranti, come il faro di Eilean Mor. La maggior parte dei fari erano automatizzati da tempo, ma la nave doveva fare un giro di perlustrazione per verificare che le luci fossero accese e che tutto fosse funzionante e, nel caso, approdare e far scendere i tecnici. Mio nonno era uno di questi.
Mi chiamo Daniel Bànach. Di professione non faccio né l’allevatore né il pescatore, bensì lo scrittore. Devo ringraziare la mia amica del cuore Sophie, per questo.
Anche lei, come me, ha trascorso l’infanzia sotto la guida benevola e affettuosa di sua nonna Rachael. Anche lei ha perso i genitori da piccola. A differenza di me, però, non ha conservato alcun ricordo di loro, perché se ne sono andati quando aveva appena pochi mesi di vita.
Abbiamo vissuto la nostra adolescenza e i nostri primi anni di maturità insieme, sull’isola. Inseparabili. Ci univano molte cose in quel periodo della vita. Vivevamo la nostra amicizia nel modo migliore che possa esserci: puro, disincantato e vero. Sophie era la perfetta compagna di sogni. Passavamo intere giornate a fissare l’orizzonte fantasticando il nostro domani. Scene di vita. Sophie era un intersecarsi di forze opposte: sbarazzina, frizzante, brillante nei suoi ragionamenti e nella sua intelligenza, ma al tempo stesso riflessiva, cupa a volte, timida e introversa. Poi, lentamente, quelle sensazioni mutarono. Improvvisamente nei suoi occhi si accese una luce che mi scrutava come mai mi ero sentito osservare prima. L’imbarazzo che generava quello sguardo scosse quella purezza, quella semplicità che definiva ogni nostro gesto, ogni nostra parola. Il sentimento aveva iniziato a serpeggiare nel suo cuore e io ero troppo confuso e timoroso di perdere tutto quello che eravamo, per ricambiarlo. O forse, oggi, con un po’ di autocritica, posso dire che ero già troppo proiettato verso un nuovo orizzonte, verso una vita immaginata lontano da quelle coste, da tutti.
È stata lei la mia prima lettrice. Ha apprezzato i miei racconti tanto da spingermi a credere che avevo stoffa. Le collaborazioni con vari giornali locali e la pubblicazione di un breve racconto, con una piccola casa editrice di Edimburgo, non riuscivano proprio a soddisfare la mia aspirazione né a motivarmi. Era chiaro, almeno per me, che se volevo un futuro da scrittore non era su quelle coste che l’avrei trovato. Così decisi di lasciare la mia terra per trasferirmi in Italia. Iniziai a lavorare per una casa editrice. Una scelta che mi allontanò anche da lei, Sophie.
Ero contento in qualche misura di sottrarmi a quello sguardo che tanti imbarazzi stava generando ma al tempo stesso sentivo crescere la sensazione di un groppo in gola, di non riuscire a respirare Sensazione che divenne insopportabile il giorno della mia partenza.
Di quei momenti al porto ricordo ogni sfumatura.
Era uno di quei pomeriggi assurdi, un freddo terrificante, senza sole né niente.
Mi guardavo intorno per vedere se riuscivo a provare un senso di addio. Volevo sapere che me ne stavo andando. Ma nessun ricordo riuscì ad aiutarmi.
Nemmeno i suoi occhi. Nemmeno la sua dolcezza.
Mi strinse la mano.
«Adesso devo andare» dissi.
Non rispose. Mi strinse forte poi si allontanò e io rimasi a fissarla.
Allora ripensai alle parole del nonno: «Va’ pure, Daniel, ma questo mare ti riporterà indietro.»
Ecco, per un attimo, sperai ardentemente che un giorno nella vita quella profezia sarebbe venuta a bussare alla porta del mio destino. E continuo a sperarlo.

Pubblicato da Elisa Santucci

Sono Elisa Santucci, fondatrice ed amministratrice dall'8 luglio 2016 . Il blog nasce dalla mia passione per i libri da sempre, dalla voglia di parlarne e fare rete culturale, perché io penso che il web, i blog, i social si possono usare in tanti modi, io ho scelto di creare un'oasi culturale. io sono pienamente convinta che leggere ci insegna a pensare e a essere liberi. "Leggere regala un pensiero libero come un volo di farfalle, un’anima con i colori dell’arcobaleno , forza e creatività" è il mio motto. Editor freelance, correttore di bozze, grafica. Servizi editoriali .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.