“PREDATORI”, di Stefano Nazzi

“Proprio l’imperiosità del comando “non uccidere” ci assicura che discendiamo da una serie lunghissima di generazioni di assassini i quali avevano nel sangue, come forse ancora abbiamo noi stessi, il piacere di uccidere.” (Sigmund Freud)

Tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, in America, i serial killer sono stati quasi duemila. Un numero impressionante, soprattutto pensando alle vittime innocenti.

“Negli scantinati di Quantico, due agenti dell’FBI, Robert Ressler e John Douglas, iniziarono ad analizzare i profili degli assassini seriali e poi a parlare con loro. Insieme alla psicologa Ann Burgess, visitarono le carceri di massima sicurezza e intervistarono trentasei serial killer. Da quelle conversazioni nacque il profiling, l’idea che dietro l’apparente caos ci fosse un metodo e che dunque si potessero prevedere azioni imprevedibili. Fu Ressler a coniare il termine “serial killer”, Douglas tracciò le prime tipologie. Cercarono schemi, modelli, ricorrenze. Furono i primi mindhunters, i cacciatori di mente”.

Molti dei nomi di quegli uomini che hanno stravolto gli Stati Uniti sono noti ai più, altri sono meno conosciuti, ma non per questo meno feroci. Tantissimi sono gli assassini che si sono “dilettati” nel corso dei secoli, solo che nessuno si era sognato di attribuire loro l’aggettivo “seriale”. Ressler, Douglas e Burgess divisero gli assassini seriali in tre categorie:

“Il mass murderer, omicida di massa, che uccide almeno quattro persone in un medesimo luogo, nel corso dello stesso evento. Può appartenere a due sottocategorie: il classic mass murderer, che uccide improvvisamente, con l’unico obiettivo di assassinare più persone possibili, e il family mass murderer, che uccide membri della propria famiglia. Uccide, solitamente, in seguito ad eventi che hanno cambiato la sua vita, e lo hanno destabilizzato, come un licenziamento, una separazione, un lutto. Lo spree killer, assassino compulsivo, che uccide due o più persone in luoghi diversi, ma in un periodo di tempo molto breve, e sempre in seguito alla stessa causa scatenante. E poi, il serial killer. La prima definizione stilata a Quantico fu questa: un soggetto che uccide tre o più persone, in tempi e luoghi diversi, senza che sia immediatamente chiaro il perché, anche se lo sfondo sessuale del delitto è quasi sempre riconoscibile. Può colpire una vittima scelta casualmente o selezionata con attenzione. Spesso sfida gli investigatori a individuarlo, convinto di non poter mai essere catturato (…). Nel 2021, il criminologo Ruben De Luca ha aggiunto un altro elemento: “Il serial killer è un predatore solitario ma può agire anche in compagnia o in gruppo”. Negli anni Ottanta vennero individuate due grandi categorie di serial killer, gli organizzati e i disorganizzati. L’organizzato pianifica il delitto e il luogo dove colpirà, seleziona la vittima, spesso parla con lei prima di ucciderla, non lascia tracce, pulisce accuratamente la scena del crimine, sceglie l’arma da utilizzare, spesso sposta il corpo della vittima dopo l’omicidio. È inserito nella sua comunità, ha un buon lavoro, si muove con un proprio mezzo, solitamente è figlio unico o comunque è primogenito, ha un grande autocontrollo, di frequente è sposato, si presenta come una persona assolutamente comune. Non di rado ha un elevato quoziente intellettivo (…). Il serial killer organizzato è violento prima delle uccisioni, ama seguire le sue imprese attraverso i media, e ama allo stesso modo sfidare gli investigatori con messaggi, spesso denigratori. Una volta catturato, e sottoposto a perizia psichiatrica, risulta solitamente capace di intendere e di volere ma con disturbi della personalità o di carattere sessuale. Il serial killer disorganizzato, invece, sceglie a caso le sue vittime, agisce d’impulso, ha con loro scambi verbali minimi, lascia la scena del crimine disordinata con numerose tracce. È di intelligenza media, ha un lavoro poco qualificato, solitamente è un figlio minore. È ansioso, sessualmente incompetente, vive da solo, spesso vicino a dove commette i crimini, per i quali non avverte stress. Lascia di solito l’arma sul luogo del delitto e nello stesso luogo abbandona il corpo della vittima. Ha scoppi di violenza improvvisa, feroce, incontrollata. Èpsichicamente disturbato, spesso psicotico, incapace di programmare una fuga. È più facile individuarlo e catturarlo. Di recente questa classificazione è stata messa in discussione perché eccessivamente schematica: studi contemporanei hanno evidenziato come la maggior parte dei serial killer sia organizzata ma allo stesso tempo presenti nel suo agire elementi di disorganizzazione (…). Agiscono secondo fasi ricorrenti e codificate dallo psicologo americano Joel Norris: la fase aurorale, in cui nella mente del serial killer comincia un’attività fantastica di tipo compulsivo; la fase di puntamento, in cui l’assassino seriale seleziona la vittima, diventa determinato ad agire; la fase di seduzione, in cui conquista la fiducia della vittima; la fase di cattura e quella dell’omicidio. Quindi, la fase totemica, in cui l’autore del crimine rivive ciò che ha commesso, lo ricorda. Infine la fase depressiva: il serial killer, passata l’eccitazione, si rende conto che ciò che ha provato è effimero, che non è riuscito a modificare la propria esistenza (…). E poi ci sono i moventi, che non sono motivazioni esterne e oggettive, ma risiedono nella mente di chi uccide. La motivazione di Ted Bundy l’aveva confessata lui stesso: “Mi piace uccidere”. C’è poi il serial killer visionario, che agisce ubbidendo a ordini impartiti da voci che sente nella sua mente. Il serial killer missionario, convinto di uccidere per ripulire le comunità da persone indesiderabili, come prostitute, senza dimora, tossicodipendenti. È certo di operare per conto di Dio. L’edonista, che prova piacere uccidendo: può essere un lustkiller, che uccide per raggiungere una gratificazione sessuale; un assassino per eccitazione, che ammazza per provare emozioni, scariche di adrenalina. L’assassino per benessere, che lo fa per ottenere guadagni materiali, è definito comfort killer. E poi c’è il cercatore di potere e controllo: ha un obiettivo principale, quello di dominare la sua vittima, di decidere se può vivere o se invece morirà. E gli assassini seriali più prolifici appartengono a questa categoria.”

Ma i serial killer sono persone malate? Cosa scatta nella loro testa? Perché non riescono a gestire e a frenare gli impulsi omicidi?

“Per fare quello che fanno non possono essere considerate persone la cui mente funziona in maniera sana. Soffrire di una patologia psichiatrica – e normalmente negli assassini seriali vengono riscontrate patologie – non significa essere incapaci di intendere e di volere. Ciò che devono stabilire le perizie psichiatriche a cui il serial killer viene sottoposto è se, nel momento in cui compiva le sue azioni, era capace di intendere e di volere (…). Ci sono patologie e tratti di personalità che vengono maggiormente riscontrati nei serial killer che sono stati esaminati e studiati nel corso del tempo. I tratti della personalità più evidenti sono la mancanza di empatia, la tendenza a essere concentrati esclusivamente su sè stessi, l’instabilità emozionale, i sentimenti di inferiorità, il basso controllo dei propri impulsi”.

Tanto il sangue versato, tante le vittime ignare e innocenti, colpite a morte senza pietà. Vite spezzate per sempre, e che non sempre hanno avuto la giustizia meritata. E la mano predatoria, non di rado, è appartenuta anche a donne…

“Ci sono anche serial killer donne. Rappresentano meno del dieci per cento del numero complessivo degli assassini seriali (…). Le donne assassine seriali normalmente, secondo gli studi, non infieriscono sui corpi delle loro vittime. Non si gratificano osservandone le sofferenze e spesso usano mezzi meno cruenti degli uomini per uccidere, come per esempio il veleno. È anche più facile individuarle e arrestarle. Riescono a mimetizzarsi con maggiore facilità, sono spesso più organizzate e scrupolose nell’eliminare qualsiasi indizio porti a loro. Uccidono prevalentemente a casa propria, oppure in strutture, come gli ospedali”.

Questo libro non è solo un resoconto di cronaca nera, ma uno specchio deformante della nostra società. Nazzi riesce a dimostrare come il “mostro” non sia quasi mai un’entità aliena, ma un prodotto di contesti, silenzi e fragilità umane. 

Questa è una lettura necessaria per chiunque voglia guardare nell’abisso dell’animo umano senza filtri, guidati da una narrazione che mette sempre al primo posto la verità dei fatti e il rispetto per chi non può più raccontare la propria storia.

Oltre i fatti e le indagini, resta il silenzio assordante di tutte quelle esistenze spezzate, frammenti di futuro che non potranno fiorire. Mai più…

Fabiana Manna

DESCRIZIONE:

Ci sono stati anni, in America, in cui il male sembrava annidarsi ovunque. Nei parcheggi bui, ai lati delle strade, nelle case più insospettabili. L’FBI l’ha definita «l’epidemia», l’età dell’oro dei serial killer, che tra gli anni Sessanta e Novanta furono quasi duemila. Uccidevano in silenzio, con metodo, con fantasia e, spesso, con una faccia rassicurante. «Siamo i vostri figli, siamo i vostri mariti, siamo dappertutto» ha detto Ted Bundy, uno dei più famosi. E aveva ragione. Con la sua prosa intensa e incalzante, Stefano Nazzi ripercorre quei decenni bui, portandoci nelle menti di alcuni dei più spaventosi serial killer americani. Come John Wayne Gacy, che vestiva da clown alle feste per bambini e seppelliva adolescenti sotto casa. Edmund Kemper, il gigante gentile che discuteva con gli agenti di Shakespeare e poi tornava a sezionare cadaveri. David Berkowitz, il Figlio di Sam, che diceva di agire per ordine di un labrador posseduto dal demonio. E ancora, Dennis Rader, padre di famiglia e tecnico della sicurezza, che si firmava BTK – «Bind, Torture, Kill» – e Aileen Wuornos, che sosteneva di uccidere per difendersi, ma lo fece sei volte, a sangue freddo. E come Ted Bundy, colto, brillante, magnetico, «un tipico ragazzo americano che uccide tipiche ragazze americane». Accanto a loro, ci sono le storie delle donne e degli uomini che li hanno inseguiti, studiati, catalogati. Negli scantinati di Quantico, due agenti dell’FBI, Robert Ressler e John Douglas, iniziarono ad analizzare i profili degli assassini seriali e poi a parlare con loro. Insieme alla psicologa Ann Burgess, visitarono le carceri di massima sicurezza e intervistarono trentasei serial killer. Da quelle conversazioni nacque il profiling, l’idea che dietro l’apparente caos ci fosse un metodo e che dunque si potessero prevedere azioni imprevedibili. Fu Ressler a coniare il termine «serial killer», Douglas ne tracciò le prime tipologie. Cercarono schemi, modelli, ricorrenze. Furono i primi mindhunters, i cacciatori della mente.

Pubblicato da Fabiana Manna

Salve! Sono Fabiana Manna e adoro i libri, l’arte, la musica e i viaggi. Amo la lettura in ogni sua forma, anche se prediligo i thriller, i gialli e i romanzi a sfondo psicologico. Sono assolutamente entusiasta dell’idea della condivisione delle emozioni, delle impressioni e delle percezioni che scaturiscono dalla lettura e dalla cultura. Spero di essere una buona compagna di viaggio!

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