Cassandra a Mogadiscio, Igiaba Scego

Cassandra a Mogadiscio, Igiaba Scego. Bompiani editore

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“Molti amici in prigioni e negli esili scontano il Novecento anche per me. Nell’orecchio è rimasto qualche sparo vicino. Alla mano basta una sera per dimenticare, al resto di me no.”

Erri De Luca

La vita. Quel miracolo in cui ciascuno prova emozioni, ride e piange, gode e si affanna. In una circostanza serena, le esistenze si susseguono per tutti più o meno allo stesso modo, con alti e bassi, ma senza scossoni particolarmente significativi; in altri casi, come quelli in cui le guerre spezzano il sottile filo di pace e tranquillità, l’essenza di ogni individuo che abita quei luoghi travagliati e lacerati, muta completamente, e ci si sente impotenti, persi, annichiliti, privi di storia e di futuro. E allora ci si deve attaccare alla memoria, con le unghie e con i denti, per tenere vivo in sé il ricordo di ciò che è stato, e per tramandarlo ai posteri, affinché la memoria resti incisa alle pareti del cuore. Ed è quello cha fa l’autrice di questo meraviglioso e intenso libro, una lunga epistola scritta a sua nipote, con la chiara esigenza di resistere alle conseguenze di conflitti che sradicano, cancellano, annientano.

“Noi sradicati dovremmo essere abituati a questi distacchi, alle lunghe separazioni che sono il pane quotidiano di ogni famiglia migrante. Ma la verità è che non ci si abitua mai a dire addio a chi ami. Lo vorresti sempre accanto. Per specchiarti in ogni momento in occhi così simili ai tuoi. Siamo una famiglia, e come tutte le famiglie somale della diaspora siamo dispersi in cinque continenti. Spezzati dalla guerra che ci ha colpito, dagli infortuni, da un’antica dittatura, dalla morte e dall’amore. E ogni separazione ci distrugge. Ci disperde. Ci annienta.”

Quel distacco coercitivo provoca un dolore muto, comprensibile solo a chi ha avuto il triste destino di viverlo, di subirlo, di doverlo accettare e di doverci convivere. Anche se è diametralmente opposto al proprio volere. Fa male, terribilmente male, e lo si può intravedere ovunque, nel corpo, nei gesti, nei sorrisi a metà, che non potranno mai più essere profondamente leggiadri…

Anch’io come mia madre sorrido, parlo, esisto, con quella stessa lieve fenditura che mi gonfia le gengive. È come se ci fosse una fessura tra le nostre labbra, i nostri canini, la nostra lingua che si cela allo sguardo. Quella crepa la noti, se osservi bene, anche in altre parti del nostro corpo. Nella piega degli occhi. Nelle ossa che si frantumano e diventano macerie. Nelle mani che impercettibilmente tremano a ogni sospiro (…). Jirro in somalo significa “malattia”, letteralmente è così, ma per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress post traumatico, postguerra. Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l’inferno e il presente. Siamo esseri diasporici, sospesi nel vento, sradicati da una dittatura ventennale, da una delle più devastanti guerre avvenuta sul pianeta Terra e da un grosso traffico di armi che ha seppellito le nostre ossa, e quelle dei nostri antenati, sotto un cumulo di Kalashnikov che dalla Transnistria sono sbarcati direttamente al porto di Mogadiscio per annientarci. “Qashin qub”, immondezzaio, così i media chiamano la Somalia. Per il mondo siamo una latrina. Pestilenziale, unta, condannata all’eterno tormento. Ci guardano con pietà. A volte con ribrezzo. Prendono le distanze da noi, dalla nostra malattia, dal Jirro che ci portiamo addosso. “Qashin qub”. A nessuno importa più se stiamo bene o male. Non ce lo chiedono più. D’altronde nessuno interpella un immondezzaio. Un immondezzaio è muto. E anche se parla, nessuno lo vuole ascoltare veramente. Nessuno vuole avere a che fare con chi puzza di miseria e malattia. E poi ci sono i malintenzionati che ci strumentalizzano per fare soldi, per mostrarsi buoni. Ed è così che la Somalia è stata condannata senza avvocato né giuria. Davanti al mondo che conta siamo considerati lo stato fallito per antonomasia. Stato fallito… Si, anche così ci chiamano. Purtroppo.”

Ma come fare a trasmettere la preziosa memoria a questa giovane nipote, ignara e spensierata, che sta per laurearsi in scienze motorie e che vive lontana, in Quebec? Attraverso le proprie reminiscenze personali, sommate a quelle del suo papà, aabo, che un tempo è stato un uomo brillante e impegnato politicamente per la sua patria, e a quelle della sua mamma, hooyo, di semplici origini, divenuta poi una first lady accanto a quel marito che ha amato profondamente e con rara intensità. Quei ricordi che a volte tendono a ingiallirsi, a sbiadirsi, ma che vengono rinvigoriti con caparbietà e determinazione, annaffiati con il sangue dell’amore delle proprie radici.

“Quando in Somalia scoppiò la guerra civile, io non lo capii subito. Avevo sedici anni, era la notte di San Silvestro, passaggio tra il 1990 e il 1991, e mi stavo preparando per andare a una festa di classe. La mia prima festa di capodanno (…). Quando tornai a casa dalla festa, trovai mio padre seduto in salotto, nella stessa posizione di quando lo avevo lasciato. La stessa linea diagonale a spezzargli il volto. Fu lì che vidi per la prima volta la disperazione del profugo. La disperazione di chi si vede strappare via davanti agli occhi la propria terra, la sua Somalia, per la seconda volta nella vita. Fu lì che vidi per la prima volta la ferocia del Jirro che si abbatte su un corpo che ha già azzannato. Rendendo definitiva la sua posizione già precaria (…). A quel tempo da noi c’era il colonialismo, la sottomissione coatta, e il Sud della Somalia, dove sono nati i nostri antenati, apparteneva formalmente all’Italia. Che dal 1909 al 1928 aveva strappato ai somali pezzi di territorio sempre più estesi. E così gli zii e i cugini di mia madre, insieme a molti altri, finiscono a fare la guerra degli italiani, padroni del paese, che nel 1935 avevano invaso per volere del loro capo, Benito Mussolini, la vicina e libera e resistente Etiopia (…). Era una realtà ambigua e crudele. Dove chi è sottomesso, colonizzato, viene trasformato dal colonizzatore in un carnefice feroce quanto lui. E poi vigeva una regola, quella adottata da tutti i colonialismi, da tutti i suprematismi coloniali bianchi: mettere un fratello nero contro un altro fratello nero. Finché si faranno la guerra fra loro, non la faranno a noi. Questo il mantra.”

Ed ecco che la perfidia e l’avidità dell’uomo si manifestano nella loro forma peggiore: non si calcolano i danni umani, i risvolti psicologici, gli abusi, le sofferenze inenarrabili e ingiustificabili. L’uomo brama, vuole di più. La necessità di estendere il proprio dominio abbatte i confini dell’umanità, quella che dovrebbe essere intesa nella sua accezione più profonda, e scavalca la geografia dell’anima. Con una sola, atroce parola, annienta popoli, persone, storia e storie: guerra…

“È la geografia a governare le guerre. Perché sono sempre una questione di confini, anche immaginari. Linee che lacerano la pelle degli individui. Le guerre servono ad accaparrarsi risorse. Piccole o grandi che siano. Sono rapine a scapito di coloro che consideri nemici. Le guerre sono solo sporche, solo brutte, solo inutili. Ma chi le fa le ammanta di significati che non hanno. Le guerre non hanno mai un lieto fine. Per nessuno (…). La guerra è violenza, morte, cancrena. Setticemia, polvere, pus. Sono denti che ti esplodono in bocca, labbra massacrate dalle schegge, ferite di arma bianca dritte nell’addome. E poi crani perforati, femori spezzati, costole incrinate. E intestini sventrati, divise intrise di paura, occhi esplosi nella brughiera (…). Nessuno pensa mai di potersi trovare in prima persona in mezzo a una guerra. Non pensi mai che possa capitare proprio a te. E io non avrei mai immaginato che mia madre sarebbe scomparsa per due anni in una delle guerre civili più devastanti del pianeta. Ero impreparata a quell’ipotesi. Per questo quando la guerra mi ha travolta ho semplicemente cercato una via di fuga dall’orrore. Purtroppo l’ho cercata dalla parte sbagliata. Nel bagno di casa. Davanti a un water scheggiato (…). Il primo suono della guerra che mia madre, la tua ayeyo, ha conservato è stato il borbottio del suo stomaco. Quei crampi che a volte sembravano l’accordatura sbagliata di un violino. E poi le urla delle donne, che in quei giorni venivano violentate anche nelle moschee, senza rispetto. Un altro suono che hooyo ha conservato è il crepitio del fuoco. Il fuoco che aveva distrutto gli archivi nazionali annullando la memoria del paese. Poi il tonfo dei pali della luce crollati. Il fruscio delle vesti delle donne che lasciavano la città senza mutande. Il gracchiare di una radio che nonostante tutto ancora riusciva a captare i segnali della BBC in lingua somala. E poi i razzi, le granate, il terremoto dell’artiglieria. Il clangore di una finestra rotta. L’esplosione del vetro.”

I ricordi sono strazianti, a prescindere che siano o meno in prima persona. Ma, pur essendo dolorosi, sono necessari, indispensabili. Per cercare di comprendere, per mantenere un filo rosso con la terra natia e con tutto ciò che a lei apparteneva. Uno spartiacque fondamentale, per mantenere in vita ciò che non è più. Ma mai per autocommiserarsi…

“Come prima cosa voglio dirti che… Che noi non siamo vittime. Al giorno d’oggi tanti ambiscono in qualche modo a esserlo. Lo rivendicano come forma identitaria. Noi invece no. La nostra famiglia mai. Non abbiamo bisogno di queste medaglie. Noi non lo siamo mai stati, vittime, e non lo saremo in futuro. Questo ci tengo a dirtelo fin da ora, Soraya. Il Jirro ci ha annichiliti, certo. Annichiliti. A tratti dissanguati. Disuniti. Percossi. Ci siamo persi. Più volte. Come donne, uomini, famiglia. Individui, società. Ma siamo ancora qui, amore mio, insieme. E siamo integri. Siamo qui. A benedire la vita. A farci abbracciare dall’ignoto. Credendo ogni mattina in un nuovo orizzonte. E nella follia di un nuovo sole che sorge. Davanti a noi. Perpetuo. Giallo. Felice. Immenso. Per questo ogni volta che il Jirro torna a farci visita noi troviamo una cura (…). Non siamo vittime. Noi. Siamo solo delle sopravvissute…”

Questa edo, questa zia che parla alla sua amata nipote attraverso una lunga lettera pregna di amore e nostalgia, nel corso della sua vita non si è mai arresa. Ha cercato in tutti i modi di documentarsi, per capire e lenire, anche solo parzialmente, quel dolore atroce. Ha trovato molto materiale e non poche testimonianze, che le sono servite per aprire uno squarcio nel buio profondo della disumanità dei suoi simili. E con non poca pena nel cuore, condivide quelle nozioni che sanno di fiele con la sua amata parente. E con noi lettori, che a nostra volta abbiamo la responsabilità di sapere…

Mi hanno detto che ci sono molti italiani che portano al museo i cimeli di guerra di qualche nonno, zio, padre che è stato in Etiopia, Somalia, Eritrea o Libia. Scimitarre in metallo, piccoli pugnali intarsiati di formule magiche, fotografie di massacri o bordelli, oggetti di uso comune, diari. Li restituiscono per trovare pace, per chiedere perdono, per quello che i loro nonni, zii, padri hanno fatto in Africa. Chiedono scusa per gli stupri e le torture. Per le impiccagioni e le evirazioni. Chiedono scusa per aver negato la scuola ai nostri genitori. Un modo per espiare una colpa che è stata resa collettiva dai decenni di omertà e silenzio che sono seguiti al fascismo. Nel dopoguerra si era deciso di non parlare più di quelle atrocità. Per questo sul colonialismo italiano, iniziato ben prima del fascismo, è calata una cappa spessa e impenetrabile. Fino a oggi. Oggi le esperienze iniziano a venire fuori in balbettii sonori. A tratti urlati. C’è bisogno di ricordare. Di ricordare tutto. Fino al minimo sordido dettaglio. È necessario. È la via della cura (…). Memoria. Sei saltata in aria su mine antiuomo. Sei stata fucilata in plotoni d’esecuzione sommari e improvvisati. Sei stata stuprata nel deserto da trafficanti ingordi di dollari. Sei stata ridotta a brandelli da autobombe esplose nella notte per conto di mafie e terrorismi. Sei stata crivellata dai Kalashnikov in battaglia. E ora sei sfollata in un campo profughi gremito. E poi insultata nelle vie di un Occidente che non ti conosce né ti vuole conoscere. E così intanto evapori. Via. Lontano. Dalle menti. Dai cuori. Dalle schiene che ti sostenevano audaci e incoscienti. Recuperarti dal baratro in cui sei caduta è forse l’unica cosa che possiamo fare se vogliamo guarire davvero. Se vogliamo che il Jirro prima o poi ci lasci in pace.”

Ecco, il senso del dolore, dell’angoscia, della paura e dell’orrore deve tramutarsi necessariamente in ricordo, modificandosi in uno strumento utile per curare le ferite che la Storia ha inferto a intere popolazioni con ferocia inaudita. Come può una guerra essere definita “civile”? Perché la natura umana è così nefasta? Riusciranno mai gli individui che popolano questo meraviglioso pianeta a rinunciare alle conquiste di nuovi lembi di territorio, in favore di una umanità primigenia, che merita di esistere mantenendo vivi e inalterati i propri usi, il proprio credo, la propria vera e naturale essenza?

Mentre i quesiti cercano risposte, noi tutti abbiamo quantomeno il dovere morale di non dimenticare, di lottare contro i soprusi, di trasferire le nostre memorie ai posteri. Ciascuno di noi, in qualsiasi momento, potrebbe diventare Cassandra, e vedere un cavallo di legno appostato fuori le mura della nostra tranquillità, pronto ad assediarci, a violentarci, ad allontanarci dai nostri affetti, dalla nostra quotidianità, dalle nostre radici, dalla nostra stessa vita…

Un libro meraviglioso, intenso, crudo e reale, scritto con lacrime e sangue, da chi ha dovuto subire l’infamia di guerre devastanti con tutto ciò che ne può conseguire. Guerre non volute e non cercate, che però lasciano cicatrici indelebili nel corpo e nello spirito dei superstiti, all’ombra di innumerevoli perché che, sicuramente, non troveranno mai risposte in grado di soddisfare e di giustificare il Jirro che resta impresso in modo indelebile nelle esistenze di coloro che in un attimo, hanno visto le porte dell’Ade spalancarsi, pronte a risucchiare vite innocenti, colpevoli solo di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato.

Una lettura appassionante, intrisa ovviamente di dolore e sofferenza, ma pregna anche di speranze, rivolte a una giovane ragazza che incarna il futuro dell’intero pianeta.

“La storia può toglierci la casa, ma non la voce; può accecare i nostri occhi, ma mai, mai la nostra memoria.”

A Roma, il 31 dicembre 1990, una sedicenne si prepara per la sua prima festa di Capodanno: indossa un maglione preso alla Caritas, ha truccato in modo maldestro la sua pelle scura, ma è una ragazza fiera e immagina il nuovo anno carico di promesse. Non sa che proprio quella sera si compirà per lei il destino che grava su tutta la sua famiglia: mentre la televisione racconta della guerra civile scoppiata in Somalia, il Jirro scivola dentro il suo animo per non abbandonarlo mai più. Jirro è una delle molte parole somale che incontriamo in questo libro: è la malattia del trauma, dello sradicamento, un male che abita tutti coloro che vivono una diaspora. Nata in Italia da genitori esuli durante la dittatura di Siad Barre, Igiaba Scego mescola la lingua italiana con le sonorità di quella somala per intessere queste pagine che sono al tempo stesso una lettera a una giovane nipote, un resoconto storico, una genealogia familiare, un laboratorio alchemico nel quale la sofferenza si trasforma in speranza grazie al potere delle parole. Parole che, come un filo, ostinatamente uniscono ciò che la storia vorrebbe separare, in un racconto che con il suo ritmo ricorsivo e avvolgente ci svela quanto vicende lontane ci riguardino intimamente: il nonno paterno dell’autrice, interprete del generale Graziani durante gli anni infami dell’occupazione italiana; il padre, luminosa figura di diplomatico e uomo di cultura; la madre, cresciuta in un clan nomade e poi inghiottita dalla guerra civile; le umiliazioni della vita da immigrati nella Roma degli anni novanta; la mancanza di una lingua comune per una grande famiglia sparsa tra i continenti; una malattia che giorno dopo giorno toglie luce agli occhi. Come una moderna Cassandra, Igiaba Scego depone l’amarezza per le ingiustizie perpetrate e le grida di dolore inascoltate e sceglie di fare della propria vista appannata una lente benevola sul mondo, scrivendo un grande libro sul nostro passato e il nostro presente, che celebra la fratellanza, la possibilità del perdono, della cura e della pace.

Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974. Collabora con La Lettura – Corriere della Sera e Internazionale. Tra i suoi libri: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza 2005); Oltre Babilonia (Donzelli 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010, Premio Mondello 2011), Roma negata (con Rino Bianchi, Ediesse 2014), La linea del colore (Bompiani 2020, Premio Napoli), Figli dello stesso cielo (Piemme 2021) e l’antologia Africana. Raccontare il continente al di là degli stereotipi, curato insieme a Chiara Piaggio (Feltrinelli 2021). Le sue opere sono tradotte in molte lingue.

Altro dell’autrice nel blog:

Titolo: Cassandra a Mogadiscio

Autrice: Igiaba Scego

Editore: Bompiani

In libreria da febbraio 2023

Pagine: 368

ISBN:9788830109230


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Pubblicato da Fabiana Manna

Salve! Sono Fabiana Manna e adoro i libri, l’arte, la musica e i viaggi. Amo la lettura in ogni sua forma, anche se prediligo i thriller, i gialli e i romanzi a sfondo psicologico. Sono assolutamente entusiasta dell’idea della condivisione delle emozioni, delle impressioni e delle percezioni che scaturiscono dalla lettura e dalla cultura. Spero di essere una buona compagna di viaggio!

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